Pubblicato da: enrico de lea | settembre 4, 2010

HENRY BRESC, La Valle d’Agrò: un territorio, una storia (conclusioni) – Officina di Studi Medievali, PA, 2005

L’insieme delle comunicazioni presentate a Forza d’Agrò il 20 febbraio 2004 da specialisti della Sicilia antica e medievale offre una coerenza tematica e problematica che corrisponde perfettamente al disegno degli organizzatori. I relatori si sono posti domande sul territorio, sulla sua viabilità, sui modi di sfruttamento, sull’abitato, sulla sua unità politica, e infine sulla particolarità religiosa e culturale che nasce da una storia perennemente legata a Messina, ponte verso la Calabria. Non tutti gli aspetti trattati però hanno potuto usufruire di fonti che consentivano di rispondere a tutti i problemi: le risorse documentarie sono particolarmente povere per la Messina del medioevo e per la sua sfera d’influenza, e questa scarsezza sollecita i medievisti ad allargare il campo delle proprie ricerche a discipline vicine a quelle favorite dai loro colleghi antichisti, l’archeologia del costruito e quella del sottosuolo, l’epigrafia, la toponomastica e ad usare l’insieme di queste tecniche attraverso le ricognizioni sul territorio. Le riflessioni dei relatori si possono dunque raggruppare e ordinare intorno a un insieme di cartine geografiche ideali incastrate l’una dentro l’altra. Nel centro c’è la carta della Valle d’Agrò, insieme di vallate di 85 kmq: la conoscenza delle sue realtà antiche e medievali e la sua identificazione culturale erano l’oggetto principale dell’incontro. Ma questi risultati non si potevano raggiungere senza uno studio d’insieme sul complesso di montagne e di fiumare che ingloba la Valle d’Agrò e costituisce il secondo quadro, quello dei Peloritani, integrato dalla Piana di Milazzo, oggetto delle ambizioni messinesi: una seconda cartina sarebbe dunque quella del distretto sognato dal corpo politico della città del faro, fino a Taormina e fino a Milazzo. Il terzo quadro emerso dalle comunicazioni si estende fino a Randazzo, Castroreale e Montalbano, e ai limiti del vescovado di Patti, inglobando la valle dell’Alcantara: non è tutto il Valdemone come lo definisce la pratica amministrativa medievale esteso fino alla “contea di Geraci e alle parti di Termini e di Cefalù”, ma si tratta di limitarsi alle zone che hanno manifestato una lunga particolarità linguistica e religiosa, tramite un contatto durevole con l’ellenismo medievale. Un quarto quadro, forse poco aspettato, viene fuori dalla studio, in particolare attraverso quello dei bizantinisti: le relazioni marittime hanno dato vita e dinamismo a una sfilza di fiumare, tra il Faro e l’Alcantara, segnalate già dal geografo palermitano Idrîsî nel 1158, in particolare Tremestieri, Santo Stefano, Scoglio (Hağar Abî Khalîfa), Alì, la Fonte del Sultano, Sant’Alessio, fino a Schisò, prolungato verso Fiumefreddo, Mascali, Capo Mulini, Santa Tecla fino all’Ógnina. Ricordiamo che la strada costiera era “stricta, impachusa et pitrusa” secondo l’espressivo volgarizzamento quattrocentesco, a cura di Antoni di Oliveri, della traslazione di Sant’Agata. Questo susseguirsi di scali costituisce l’originalità del versante ionico della nostra zona; non c’é nessuno pendant sulla costa tirrenica: il geografo normanno ed i successivi portolani medievali segnalano solo il Faro e ‘Abbûd/Saponara prima del Capo di Milazzo, e poi di nuovo nessuno scalo fino ad Oliveri. Il costante movimento delle barche che si riduce solo in tempo di guerra, dal 1282 al 1370, e sotto Alfonso il Magnanimo, crea uno spazio che non è solo siciliano, ma che si estende alla costa calabra. La porosità del confine, anche durante la dominazione araba, stabilisce una comunità economica, ma sopratutto religiosa e culturale e ricorda che lo Stretto è insieme poros e porthmos. Questa presenza del mare ci invita a pensare agli effetti della pirateria nello Ionio e a quelli dell’offensiva perenne dei Turchi dopo il 1450: la paura della schiavitù, modo di sfruttamento economico e modo di governo del mondo ottomano, ha avuto l’effetto di rallentare l’insediamento alle marine, di ridurre il numero dei villaggi di pescatori, come in tutta Sicilia, e di costringere l’abitato, tonnare, zuccherifici, fondachi, a fortificarsi con baglio e torre. Riprendiamo ora i principali risultati delle ricerche presentate a Forza d’Agrò, secondo i grandi temi definiti più sopra.

Il territorio e le strade
Lo studio della viabilità ha permesso a Lucia Arcifa di passare dalle carte ideali già evocate al tracciato, anche a volte ipotetico (la strada di Dinamare), delle vie bizantine e normanne, usando la documentazione del ’100 come spia di un mondo bizantino che riemerge dall’oscurità documentaria in particolare attraverso lo sforzo di Vivien Prigent. La distribuzione dei monasteri greco-normanni segnala la continuità degli elementi di una viabilità romana disarticolata, la restaurazione bizantina del Dromo e le nuove costruzioni dei sovrani Altavilla. Il ruolo del monachesimo di rito greco appare qui ricco di complessità: protezione spirituale, patronato e ospitalità si integrano bene in una rete di piccoli insediamenti rurali e segnano subito l’originalità del Valdemone orientale. Anche le strade costiere medievali sono segnate da vecchie chiese, antichi priorati o parrocchie di casali, come “Tremestieri” (tre chiese) e San Paolo a Giampileri, e quelle ancora che lasciano i propri agiotoponomi ai paesi. I secoli tardomedievali vedranno crearsi una sfilza di fondachi, le “osterie” segnalate dal Camiliani lungo il mare, a Sant’Alessio, a Scaletta, presto rafforzate da torri di rifugio e di avvistamento, Schisò, Capo Sant’Andrea, San Nicola, Savoca, Capo Grosso, descritte da Marina Scarlata…. La circolazione d’insieme delinea un doppio asse Palermo-Messina, con pochi collegamenti trasversi, Randazzo-Patti, Troina-San Marco, più lontano ancora Cerami-Caronia. I Peloritani rimangono dunque insieme aperti su strade sempre vicine e isolati in fondo alle fiumare; le città sono periferiche, Milazzo, Taormina, Randazzo, e la dinamica culturale e commerciale di Messina non implica un orientamento unico del Valdemone orientale verso la città del Peloro, e Domenico Ventura ha messo in luce anche il dinamismo di Randazzo, diretto verso la foresta reale della montagna e verso Maniace e il Simeto. Anche la grande “terra” della Valle dell’Alcantara cerca di costituirsi un vasto territorio economico alle spese di Troina con l’annessione dei casali della Valle del Simeto, estendendo così le proprie mandre e massarie verso Carcaci, tendenza che ritroviamo nel documento del monastero greco di Santo Pietro di Gala analizzato da Nicolò Mirabella: la penuria delle superfici idonee al lavoro agricolo porta gli organismi politici ed economici dei Peloritani a costituirsi dei demani e a procurarsi degli spazi di percorso e di seminativo oltre l’Etna, come la nobiltà messinese ad acquistare feudi a Lentini.

Il paesaggio economico
Il paesaggio rurale dei Peloritani ricorda in effetti la Provenza e l’Italia montana tirrenica, dalla Liguria alla Calabria: lo spazio selvaggio domina, rifugio per la selvaggina e luogo privilegiato della caccia reale, la foresta Linaria. Come lo ha descritto Hadrien Penet, i pendii rapidi e l’abbondanza relativa delle precipitazioni creano una pedologia instabile, dominata dalla frana e dall’evacuazione rapida e tumultuosa dell’acqua piovana sprecata attraverso le fiumare. È dunque necessario conservare la preziosa risorsa, proteggere la montagna contro l’erosione e trovare le colture ad alta capacità produttiva e reddito elevato, adatte a compensare il necessario acquisto del frumento, passato nella Sicilia medievale a consumo universale. La cerealicoltura locale, invece, è povera: orzo nell’Antichità, orzo e germano nel medioevo. La costruzione di terrazze ha limitato l’erosione, allargando lo spazio del vigneto e dell’uliveto, testimoniato dalle regie visite analizzate da Diego Ciccarelli; essa va di pari passo con l’elevazione di muri di pietra a secco, la captazione e l’incanalamento delle acque sotteranee per creare un paesaggio umanizzato, di orti, anche di canneti per la produzione dello zucchero precocemente testimoniati nella valle dell’Alcantara, a Calatabiano o Fiumefreddo, sotto il vescovo Gualterio di Pagliara, intorno al 1215. Ma lo zuccherificio rimarrà sempre secondario a nord del fiume, per mancanza di terre di pianura. La vigna, invece, estesa già a numerose zone del Valdemone in epoca normanna e all’apogeo nel ’200 (da Cefalù a Patti e all’Etna), viene favorita dalla ripresa demografica del ’400 e si ricostituisce dopo un periodo di ripiego, legato anche al lungo episodio bellico che ha indebolito Messina. Nel ’500 le vigne di Pagliarelli, di Locadi, di Casalvecchio forniscono la capitale regionale mediante il traffico costiero delle barche; un casale di Messina prende fugacemente il nome di Capo “delli Vigni”, a testimonianza di Maurolico. Accanto alla vigne, un bosco umanizzato, il castagno nei Peloritani, il noccioleto sull’Alcantara, manifestano la capacità della “Sicilia dell’acqua” di convivere con la natura e di creare un equilibrio che manca tragicamente in Sicilia occidentale. Ne è espressione l’abitato a casale, la casa nelle vigne, palmento, pergola, fischia, la casa nel bosco. Notiamo la dialettica tra la presenza dei monasteri che protegge la piccola proprietà enfiteotica e la prosperità di piccole aziende costruite sulla viticoltura e rafforzate, alla fine del ’400, dalla rapida diffusione dell’allevamento del baco da seta. La crisi del monachesimo, però, che si percepisce nel ’400 porta all’emergenza di uomini nuovi. Essi creano dei poderi più vasti a scapito dei possessi dei monasteri, determinando un nuovo equilibrio, più favorevole alla grande città.

La presenza dell’acqua corrente permette una concentrazione, notevole e chiaramente avvertibile sul foglio 254 della Carta idrografica, di mulini, di gualchiere e di stabilimenti industriali legati al bosco, di battitoi per preparare il tannino, di seghe meccaniche segnalate nel ’400 sull’Alcantara come anche nel secolo successivo nella montagna di Naso, verso Sant’Agata di Militello, “scari” per la costruzione navale, che si estendono fino all’arsenale volante di Máscali. L’originalità della Valle d’Agrò, rispetto anche a tutto il rimanente Valdemone, consiste però nello sfruttamento minerario: i territori di Fiumedinisi, di Alì e la montagna di Monte Scuderi vengono sfruttati fin dal 1402 e forse prima. Zolfo, allume, argento, ferro, rame, la varietà e la ricchezza delle risorse hanno attirato imprenditori e tecnici stranieri, anche se i risultati quantitativi saranno rimasti modesti, hanno precocemente aperto la Valle d’Agrò su una circolazione di tecniche favorita dalla presenza della legna, del carbone e dell’acqua per i battitoi atti a rompere i minerali e per i lavatoi.

Il paesaggio e l’abitato
La specificità medievale dei Peloritani ricorda il paesaggio abitativo antico, a villa e vicus, come quello descritto da Antonino Pinzone per il litorale ionico. Casale, monastero rurale, “casa delle vigne” di grande modulo protetta da alte mura in seno alle fiumare sono l’articolazione di un modo di abitare complesso che lascia poco spazio alla “terra” difesa (Taormina, Monforte, Rometta). I casali, certo, si presentano raggruppati e abbastanza coerenti nella Valle d’Agrò e, nel ’400, Savoca e Fiumedinisi passano allo statuto di “terra”, ma molti presentano anche un abitato intercalare segnato dalla permanenza di chiesette di fiumare. Davanti a questa capacità di propagginazione i funzionari del fisco rimangono incerti. Si chiama “fortezza”, Forza, come altrove Motta, un casale che si è chiuso di mura. Più vicino a Messina, l’abitato di “vigne”, di casali e di chiese prende la figura di una vera nebulosa e qui i casali sono una circoscrizione amministrativa più che una comunità coerente: certi appaiono, altri scompaiono, e si nota un movimento di scissione, aggravato quando le marine saranno sicure e verranno di nuovo perennemente abitate. La retrazione dell’abitato nel ’300 colpisce sopratutto il Val di Milazzo esposto alle scorrerie angioine; la sua popolazione è stata autoritariamente concentrata a Castroreale, ma i siti abbandonati saranno presto recuperati dalle rifondazioni del ’500. La frequente permanenza del tessuto ecclesiastico, testimoniata attraverso la conservazione degli agiotoponimi, suggerisce che si è trattato non di veri e propri abbandoni, ma di una eclisse provvisoria, forse senza nemmeno la distruzione delle case e sicuramente senza scioglimento dei legami tra gli antichi abitanti, sempre possessori di terreni nel territorio del casale, e senza rottura tra loro e l’antico sito. Una domanda è stata posta per il periodo antico: in che misura la bellezza del paesaggio, in particolare marino, può spiegare la scelta dei siti di ville marittime come nella Campania o sulla costa settentrionale della Tripolitania? Si potrebbe estendere il suggerimento, in un modo più originale, al periodo medievale: si pensa sempre alle scelte estetiche per spiegare il paesaggio costruito, ma si evocano raramente per le scelte dei siti. Se le funzioni militari sono prevalenti per quelli delle “terre”, una casa rurale nobile, un palazzo (come nel Piano di Milazzo, o, più avanti, in quello di Partinico), “solazzo” o casa di caccia, non hanno compiti defensivi, non sono chiusi dentro dei muri che impediscano di vedere un paesaggio. E il gran numero di sollazzi chiamati proprio sui modelli di Belvedere, Belripayre, nel Napoletano, ma anche in Sicilia (un monte vicino Fiumedinisi porta proprio il nome di Belvedere), suggerisce una sensibilità anche alla visione del mare e richiede una ricerca più ampia.

Le ambizioni messinesi
Il quadro politico viene qui ampiamente delineato da Annliese Nef e da Federico Martino: la prima chiarisce la difficile storia del Valdemone dai Bizantini ai Normanni. Pochi documenti e il silenzio dei cronisti musulmani su una resistenza particolarmente complessa e offendente per la storia ufficiale. Il mondo peloritano, non sottomesso né controllato in totalità dall’emirato palermitano, serve anche di rifugio ai ribelli musulmani. È vero che l’Islam è allora in Sicilia poco più di un partito politico, diviso e pronto ad accogliere un generale bizantino e a tornare nel grembo dell’Impero costantinopolitano. Zona di scambio dunque e di conflitto, rassomiglia in tutto alla Calabria degli emigrati, Amantea, Tropea, Santa Severina. Con la conquista normanna, come la Calabria, il Valdemone diventa il laboratorio del governo centralizzato: i modelli bizantini vengono adattati dai notai calabresi e troinesi che assumono l’amministrazione dell’isola. Le prime sperimentazioni del villanaggio, del feudo amministrativo autoritario (in rottura completa con la “convenienza” tra uguali), si fanno qui. E si può aggiungere: il Valdemone è anche il laboratorio della Crociata e della valorizzazione della cavalleria, alla battaglia di Cerami, quando un senso religioso gli viene dato dal miracolo e sancito dalla concessione dell’indulgenza da parte di Alessandro II, primo passo verso il voto di Crociata. Ma la zona peloritana è anche il luogo delle prime resistenze allo Stato nuovo, a Focerò e a Messina, e viene abbandonato per Palermo, vecchia capitale degli emiri. Federico Martino analizza la volontà permanente della città del Faro di costruire un distretto senza però rompere esplicitamente con il patto di fedeltà che fonda la monarchia. Il diploma di Enrico VI è autentico e stabilisce che da Lentini a Patti, le “terre” devono a Messina fedeltà e servizio. La sua analisi s’inserisce in una revisione generale delle politiche delle città meridionali tra ’100 e ’300, non solo in Sicilia, ma forse ancora più chiaramente a Gaeta, a Napoli e in Puglia: nomina di podestà, mobilitazione di un esercito cittadino, guerre locali. Ricordiamo che nel 1254 l’esercito messinese distrugge Taormina ribelle all’autorità della città peloritana, come Napoli ha distrutto Cumi nel 1207. La forma feudale era in contraddizione evidente con la maestà del re imperatore e viene presto abbandonata, ma la monarchia manterrà l’aiuto militare dovuto dai piccoli centri alle città marittime che sono il loro “muro” di difesa; così Santa Lucia del Mela rispetto a Milazzo e Monte San Giuliano rispetto a Trapani. Questa forma feudale non deve però illudere: il comune di Messina è un «Popolo» e sono proprio i nobili della città, i “migliori e di più peso” a cacciare via il podestà all’arrivo dei rappresentanti di Manfredi. La collaborazione militare lascia il posto alla giurisdizione, estesa, nel 1302, da Taormina a Milazzo, e alla nomina di ufficiali messinesi nella Piana di Milazzo. Non si deve dimenticare, come ricorda Clara Biondi, che i disegni collettivi di Messina non sono dissociati dalle ambizioni particolari delle famiglie dell’aristocrazia messinese: sotto i Martino, la casa Romano, che la propria storia genealogica identifica ai Colonna dell’Urbe, ha tentato una penetrazione fulminea nella Valle d’Agrò, come ufficiali di giustizia e di amministrazione. Questa breve notizia induce a suggerire che una ricerca approfondita sulla diffusione delle famiglie messinesi, come rappresentanti del governo, oltre all’acquisto e alla gestione di feudi sempre rari, porterebbe dei frutti inaspettati. Attraverso i Capibrevi di Gianluca Barberi, possiamo intravedere che nella Valle di Agrò la penetrazione delle famiglie messinesi è stata lenta e contrastata. Qualcuno ha pensato di passare tramite l’acquisto di funzioni ufficiali e trasformare la capitania o la castellania in feudo. Nel 1356 il messinese Giovanni Mangiavacca ha così ottenuto la capitania di Fiumedinisi, che era stata della famiglia Bellono, e di Limina: gestiva un vasto progetto di signoria che lo vedeva acquistare il feudo Graniti sull’Alcantara e fondare Motta di San Michele sul casale Camastra nel 1360, ricevuto in capitania nell’anarchia, ma la sua impresa falliva. Nel 1452, allo stesso modo, i Romano hanno ottenuto l’alcaidia ereditaria del castello di Sant’Alessio. Finalmente l’autorità “feudale” messinese si limita a Fiumedinisi tenuta dai Romano per tutto il Quattrocento, ai casali di Altilia e di Guidomandri, comprati dai De Marchisio a Nicoloso Crisafi nel 1404, mentre i Vayro e i Crisafi si dividono la signoria di Limina. Nell’insieme, l’autorità signorile rimane nelle mani dell’archimandrita a Savoca e degli abbati greci, in modo diffuso. La sfera privilegiata di penetrazione messinese rimane dunque il Val di Milazzo, dove famiglie che appartengono alla cavalleria (Aldoino, Astasio, Laburzi, de Pactis, Romeo) e/o al ceto giuridico (La Manna, Maniscalco, Porco, Saccano) possiedono in modo quasi continuo una ventina di feudi, accanto a vecchie famiglie della cavalleria locale, i Furnari di Tripi, i Nàsari, i Pancaldo, i Sicaminò, che portano cognomi toponomastici tratti dal nome del proprio feudo. Ma le stesse famiglie dominano: i Romano sono baroni di Montalbano nel Val di Milazzo, di Cesarò e di San Teodoro verso Troina e acquistano dai Mancina sull’Alcàntara; i Crisafi sono baroni di molti casali e feudi (Cattaino, Cartolano, Comitaio, Lando, ecc.); gli eredi di Nicola Castagna, un Maniscalco, sono signori di Monforte, Mauroianni, Rapano, Rocca e San Pier Niceto, e infine i Marullo sono baroni di Saponara. La stessa efficace penetrazione si ritrova nella zona dell’Alcàntara: Marullo a Calatabiano, Crisafi a Linguaglossa, mentre Randazzo offre una base di resistenza, con le vaste possessioni degli Spatafora, da Maletto a Cutò, Carcaci, Roccella e Revocato. Ma anche loro vengono attratti dalla città dello Stretto.

L’identità religiosa e culturale
Vera von Falkenhausen ha ricordato il sentimento di liberazione con il quale le popolazioni cristiane di Sicilia hanno accolto i Normanni, del tutto simile a quello che ha accompagnato i Crociati in Anatolia, in Siria e in Palestina e la grande spedizione del re aragonese Alfonso il Battagliero in Andalusia. I cristiani mozarabi, i Greci e gli Armeni hanno aderito con entusiasmo, come quelli di Sicilia, a una guerra santa che segnava la loro emancipazione e la fine di persecuzioni talvolta severe, con il Fatimida Hâkim, talvolta strisciante. La restaurazione dell’ordine ecclesiastico interrotto qualche decennio prima si è fatta nel rispetto della tradizione siciliana, in stretto legame con la vicina Calabria che ha fornito missionari, uomini di chiesa e di governo e soprattutto monaci. La centralità dei monasteri greco-normanni nella ricostruzione del paesaggio agricolo, la lunga durata delle loro giurisdizioni sul territorio, segnata dalla relativa abbondanza dei diplomi, anche a volte rielaborati e arricchiti, ha profondamente segnato le campagne dei Peloritani. Il modo anarchico con il quale vengono fondati o rifondati questi piccoli cenobi, legati a famiglie di donatori, unisce Sicilia nord-orientale e Calabria, mentre i testi di fondazione segnalano la presenza precoce dell’economia che si può studiare meglio con documenti della pratica del tardo medioevo: enumerano tra le fonti di reddito il bosco, la caccia, la ghianda, il pascolo; essi indicano anche i cerchi per le botti e testimoniano la presenza antica della vigna. Ma non mancano di citare il possesso delle barche di trasporto, i mulini e le gualchiere, nel quadro di una signoria ecclesiastica che conserva fino al ’400 il diritto di chiedere delle corvées per la coltivazione delle proprie vigne e una vasta giurisdizione che si ferma davanti ai casi detti “reali”, cioè davanti alla giustizia di sangue riservata alla monarchia. Ma si tratta anche di un patronato che protegge efficacemente i propri vassalli dalle esigenze del fisco, in particolare dalla riscossione delle angarie di legname per la costruzione delle fortezze, la kastroktisia dei Bizantini; il che fa capire la lunga familiarità e la popolarità del demanio monastico, a Savoca in particolare. Le sacre regie visite segnalano la lunga dissoluzione della ricchezza, la decadenza, ma anche la lunga sopravvivenza di questo ellenismo religioso, mentre Claudia Guastella pone in evidenza la continuità liturgica del rito greco e del culto dei santi. Non si tratta di un ellenismo di bandiera in opposizione alla latinità trionfante del mondo cattolico, o di una specificità quasi nazionale come per gli Albanesi immigrati dopo il 1450, ma, fin dall’origine, di una combinazione originale di elementi culturali, più che linguistici, e di diverse tradizioni artistiche composite, messe in opera anche da artisti e architetti francesi, come Mastro Girardo a San Pietro e Paolo d’Agrò, che danno una chiara identità al complesso peloritano. La particolare densità dei monasteri e delle chiese dipendenti dall’archimandritato fa della Valle d’Agrò il polo di questa cultura. L’esame delle dediche delle chiese alla fine del medioevo dimostra, tra l’altro, la debolezza di una tradizione agiografica greca o di un culto propriamente siciliano, eliminando l’idea di una resistenza su modelli locali e arcaici. L’antichità del culto mariano e la presenza massiccia di San Nicola, che si unisce alla Vergine nella consacrazione delle chiese di casali, conferma che la ricostruzione del santorale si è fatta su base universale. La densità delle chiese officiate da un clero greco, rurale, certo povero, e legato alla popolazione, spiega la lunga durata di una pietà poco influenzata dalla presenza anche intensa degli ordini mendicanti a Messina, Taormina e Randazzo e delle confraternite, anche loro limitate all’ambiente urbano, ma aperte all’eremitismo, cioè a un lato del complesso movimento medievale della povertà meglio accolto nell’ambiente rurale.

Novità e suggerimenti d’inchieste
La ricostruzione assoluta della rete ecclesiastica da parte dei Normanni in un ambiente originale, densamente cristiano prima della conquista, suggerisce un’interpretazione nuova dell’opera del governo emirale dei Kalbiti. Si era sempre e erroneamente fidato della pretesa tolleranza impostata da Michele Amari su modelli ideali del califato orientale; si deve ora riflettere e tornare alla probabilità che le chiese siciliane e i monasteri siano stati distrutti, come in Africa e in Palestina nel corso del vasto movimento di conversione forzata indotto da Hââkim nell’Impero fatimita nel 1009. In un’altra parte del Valdemone, l’abbandono dell’importante cenobio di San Filippo d’Agira, dove aveva soggiornato pochi anni prima lo zio del califa, il patriarca Oreste, testimonia anche lui dell’ampiezza e della radicalità della persecuzione. Un secondo punto d’importanza emerge dagli studi qui presentati, il vasto respiro dell’autogoverno messinese, all’ombra del quale si svolge la vita della Valle d’Agrò, dei Peloritani e della Valle di Milazzo. Dalle ribellioni filobizantine contro l’occupazione musulmana ai movimenti popolari degli anni 1440 e 1450, l’autonomia messinese si presenta come un modello e, in qualche caso, come un altro focolaio di oppressione per le comunità rurali, e insieme un nemico severo e un prototipo per le “terre” che si sono dotate di amministrazioni particolari, come la Forza d’Agrò. La vivacità del movimento comunale meriterebbe dunque uno studio approfondito esteso al periodo moderno. Infine, la ricerca ha largamente dimostrato che la montagna peloritana non ha conosciuto né segregazione rispetto al resto dell’isola né reclusione. L’immigrazione di Calabresi, in particolare di Cosentini, è stata rilanciata più volte nel medioevo ed accompagnata da nuove ondate, minatori italiani e tedeschi, Lombardi delle colonie gallo-italiche di Sicilia, come la piccola comunità di Fondachelli-Fantina, senza alterare la compattezza culturale della montagna. L’ingegnosità e il carattere inventivo delle popolazioni montane è stata messa vivamente in luce anche dalle relazioni degli studiosi dell’epoca moderna e si potrebbe approfondire con lo studio della diffusione del manganello e della tiratura della seta. Il gusto infine della bellezza architettonica che ha portato all’adozione di formule tecniche sorprendenti a prima vista in un ambiente rurale: l’uso del mattone, l’importazione del calcare siracusano e della lava etnea, ci porterà a nuove riflessioni sulla compenetrazione delle colture urbane e rurali in un mondo complesso e aperto.

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