Pubblicato da: enrico de lea | ottobre 9, 2008

Eugenio Alberti, poeta e letterato #1

I. UN RICORDO, di Nino Calabrò
Nacque a Misserio il 14 aprile 1882 .
Misserio era un borgo della costa ionica messinese , oggi frazione di Santa Teresa di Riva , allora di Casalvecchio Siculo, ma ad un tiro di schioppo da Savoca , e perciò tra il mare e la collina .
Suo padre si chiamava Peppino Alberti ( per tutti Don Peppino Aliberti ) . Sua madre , Rachele Puzzolo .
Fu il primo di ben otto rampolli .
La casa natia si affacciava sul torrente Savoca ed era sovrastata dalla montagna che originava da Rimiti e che si addolciva quando il torrente cominciava a confondersi con il paesaggio marino .
Settecento anime vivevano in quel borgo che , poi , quando Eugenio avrebbe saputo di greco e di latino riceverà dalla sua penna,nelle sue liriche, la denominazione di “ borgo abominato “ , per significare che lo Stato si dimenticava del meridione e delle marginalità.
Erano otto fratelli : Eugenio, Michelina , Carmelo , Leone , Beatrice , Ambrosina , Beniamino e Benvenuto.
Don Peppino,il pater ed il dominus della famiglia, era proprietario di limoneti , aranceti e uliveti .
In quella seconda metà dell’ottocento , subito dopo l’unità d’Italia , resistevano le ultime roccaforti economiche dei Borboni e la proprietà privata otteneva estrema tutela da quel liberalismo che avrebbe retto l’economia della nazione fino alla prima guerra mondiale e oltre.
Il fantasma del fascismo era ancora lontano , per cui proprio il clima economico liberale , consentiva di trarre un buon profitto dai possedimenti che il padre sapeva ben amministrare , dando lavoro a tante braccia .
Così i figli crescevamo ,serenamente , in attesa di essere svezzati e dotati dei primi indottrinamenti sul leggere ,lo scrivere e il far di conto. Poi era nel programma che i maschi avrebbero studiato fino a diventare professori di scuola , mentre le femmine avrebbero anche loro studiato, , ma per diventare maestre elementari .
E così avvenne .
A partire dall’autunno dell’anno 1901 , i fratelli Alberti si sarebbero trasferiti a Messina per studiare , sistemandosi in una casetta a due passi dal Duomo .
Per un fratello che diventava matricola , c’era subito quello che si laureava . Per una sorella che si diplomava , c’era subito pronta quella che esordiva , proprio quell’anno , come studentessa delle magistrali .
E così fino al fatidico 28 dicembre del 1908.
Tanti furono i sacrifici , tanto fu lo studio , ma tanto fu l’amore e la gioia con cui si davano reciproco sostegno .
A casa,a Misserio , si tornava solo a Natale , a Pasqua e per le ferie estive .
Eugenio era il punto di riferimento di tutti i fratelli.
Appena giunto a Messina si iscrisse al primo anno di corso della Facoltà di Lettere Antiche ed ebbe la fortuna di avere come Professore il grande Giovanni Pascoli, che da qualche anno era diventato titolare della cattedra di latino.
Proprio da Giovanni Pascoli, il giovane Eugenio, avrebbe ricevuto pubblici riconoscimenti di studente modello e di futuro letterato di grandi possibilità.
Insomma, Eugenio divenne in pochi mesi un allievo prediletto del Pascoli, al punto che quando il grande “romagnolo”, qualche anno dopo decise di tornare nella sua terra, propose proprio allo studente siciliano di seguirlo prima a Pisa e poi verso il sicuro porto di Bologna dove lo stesso Pascoli avrebbe ereditato la cattedra di Giosuè Carducci, e lo avrebbe annoverato , una volta laureato, tra i suoi pochi Assistenti di cattedra.
In effetti ciò che il Pascoli pensava di Eugenio non era privo di fondamento.
Infatti Eugenio spiccava per intuizione lirica, per la musicalità che sapeva imprimere ai suoi versi e per la profonda conoscenza della sintassi latina.
A tal proposito, ricordo che sul finire degli anni settanta, proprio al sottoscritto pronipote , autore di queste righe commemorative, si rivolse l’Illustre Professore Antonio Mazzarino, (Eugenio Alberti era fratello di mia nonna Michelina) per ottenere in prestito due pubblicazioni dell’Alberti su Catone,che conservavo e conservo a Casalvecchio unitamente ad un vecchio tavolo restaurato, che fu dello zio poeta e che a lui fu donato dal Pascoli quando questi nel 1905 traslocò da Messina.
Ma tornando all’esperienza universitaria di Eugenio, ricordo che mia nonna Michelina, mi parlò tante volte di quegli anni trascorsi a Messina prima del sisma che cancellò fatti e memorie.
In particolare la nonna mi disse che Eugenio era un ragazzo davvero fuori dalla norma, sia per contenuti dottrinali che per sensibilità di uomo e di poeta.
Quest’anno ricorre il 50° anno dalla sua morte.
Egli, infatti, passò a miglior vita il 21 ottobre del 1958, in Casalvecchio Siculo, nella casa dell’amata sorella Michelina, perché non si creò mai una famiglia sua propria.
Proprio nella casa di Casalvecchio , in due ampi bauli, stanno riposti tanti libri sui quali il poeta di Misserio studiò e tante altre pubblicazioni di cui ne fu autore.
Eugenio Alberti già dal Pascoli venne indicato come letterato inquadrabile nella corrente dei romantici, e precisamente in quella corrente letteraria che cento anni prima aveva annoverato Ugo Foscolo e Giacomo Leopardi.
In effetti il giovane Alberti fu essenzialmente un poeta, un idealista che credette nella poesia come mezzo per celebrare sia la bellezza che la morte, presentando quest’ultima come punto definitivo e terminale della vita terrena, ma presentando contemporaneamente la prima (la bellezza) come valore immortale, insieme a tutti i valori dell’anima che solo la poesia con la sua forza eternatrice può fare diventare immortali.
Il paesino di Misserio, certamente, con l’ausilio del Comune di Santa Teresa di Riva e del Comune di Casalvecchio Siculo celebrerà la ricorrenza; intanto, incombeva su di me, pronipote del grande letterato e poeta, avviare il “procedimento” che mira alla rivisitazione della sua immagine e delle sue opere.
Non posso chiudere queste poche righe senza affidarmi, nostalgicamente, alla mia memoria di bambino, quando negli anni 1957 e 1958 la figura dello “zio Eugenio”, mi sfilava sotto gli occhi durante alcune domeniche invernali, quando lui da Misserio veniva a trovare la nonna Michelina nella nostra casa di Casalvecchio.
Ricordo che a metà mattinata di quelle domeniche, il grande zio faceva ingresso nella nostra abitazione casalvetina con una valigetta di pelle color marrone in mano; in quella valigetta custodiva libri in quantità, un grosso quaderno nero sul qual prendeva appunti e poi tanti cioccolatini “Perugina” destinati a me e avvolti in carta stagnola rossa,verde e blu. Quei cioccolatini egli li portava da Palermo dove insegnava latino e greco nei licei classici.
Fra tutti quei libri uno in particolare mi colpiva perché aveva una foderina color verde mare: in esso erano raccolte le liriche che lui aveva dedicato ad Ericina , la donna dei suoi sogni che tanto amò e che forse mai conobbe.
Tanti anni dopo avrei letto meglio quelle liriche ed avrei rivisto nel suo stile quello del grande Giacomo Leopardi.
Aveva ragione Pascoli, avevamo nella nostra terra il secondo Leopardi e non ce ne siamo mai accorti.
Questa è una certezza, altrimenti il grande poeta romagnolo, non l’avrebbe mai pregato di seguirlo fino a Bologna per fargli l’assistente di cattedra.
Ora Eugenio Alberti riposa nel cimitero di Casalvecchio Siculo.
La sua tomba è contraddistinta da una piccola lapide di marmo bianchissimo,che fece porre mio padre, sui cui è incisa questa scritta :
“ Qui giace il Professor Eugenio Alberti- poeta e letterato -”.
Su quella tomba il giorno dei defunti, ogni anno, vado a posare un fiore colorato come colorate erano le sue poesie, di passione e di sentimento.  (Nino Calabrò)

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