Pubblicato da: enrico de lea | ottobre 1, 2008

La Festa di Sant’Onofrio in Casalvecchio (di Giuseppe Pitré – 1894)

 

(il Camiddu oggi, in una foto scattata il 09 settembre 2007)

 

Questo saggio (che ha più di un secolo…), scritto dal Pitré per la sua “Biblioteca delle tradizioni popolari” (1894), fu redatto in base ad una memoria dello storico e ricercatore casalvetino Domenico Puzzolo Sigillo. Lo ripropongo per l’interesse che esso suscita in ordine al mutare del costume, dell’assetto sociale (da una società contadina ed artigiana ben strutturata, all’odierna società informe e disarticolata, e non meno ingiusta ed inconsapevole), di alcuni aspetti della stessa festa (pensiamo alla Fiera di Sant’Onofrio, che non si tiene più da decenni),  aspetti che pure ci sono ignoti e che ci appassionano, come tutto il passato di una comunità (E.D.L.)

 

 Dovrebbe celebrarsi in Giugno, ma, per antica consuetudine, si rimanda a Settembre, mese in cui i lavori della campagna sono in buona parte finiti, ed i galantuomini sono rientrati in casa dopo la stagione dei bachi da seta e dei raccolti.

La festa è nella seconda Domenica; ma la precorrono tre giorni di scampanate, di musicata e di altri rumori assordanti, che pur formano la delizia delle donne e del popolo in generale. E la prima scampanata è quella del mezzogiorno del Giovedì (campanata ‘i manziornu), con la quale s’inizia il festino e si ripete così nella chiesa di S. Onofrio come in tutte le altre chiese, nei giorni seguenti per otto volte il giorno, in certe ore canoniche e non canoniche, conosciute sotto i nomi di Padrinostru, Salvirigina, manziornu, diciannov ‘uri, vintun ‘ura, Avimaria, un ‘ura di notti, du’ uri di notti, sino alla Domenica stessa.

E già da Calatabiano, da Fondachello, da Linguaglossa, da Castiglione, da S.Teresa, da Fiumedinisi giungono il Venerdì i cicirara, venditori di ceci, avellane, fave abbrustolite: i franninara, pannieri ambulanti, i mircen, merciai con i loro brocci (forchette) e cucchiai, aghi, bottoni e un’ altra dozzina di ninnoli e cianfrusaglie; e tutti, chi bene e chi male, si attendano sulla piazzetta. sul vecchio Bastione, dietro il coro della chiesa del Santo. E sotto le loro tende, sul far della notte, al vivo lume della tedira[1] , tutti codesti zingari della Sicilia, suonano fraùti e zammari (flauti e zampogne) cantando ciascuno canzoni popolari secondo la mota (il motivo) del proprio paese.

Ed altri fieranti giungono ancora il Sabato: i coltellieri, i magnani (ghiavitten), i venditori di strisce di cuoio vaccino con tutto il pelo (scarpara ‘i pilu), pentolai, orefici, sorbettieri e, tra’ tanti, mezzadri (mitateri),che per antica costumanza, portano ai loro padroni la frutta.

E mentre il paese si popola e rianima, una folla chiassosa accompagna schiamazzando una grassa e bellissima vitella, adorna di nastri e fettuce: è la vitella che si suole riffare pel giorno di S. Onofrio, e che tutti vorrebbero avere col biglietto che acquistano. Domani, altra e ben diversa scena si presenterà ai visitatori del duomo: i penitenti, che dalla porta maggiore, ginocchioni e chinati per terra, passano e ginocchia e lingua sul pavimento fino alla bara del Santo. Sono tra essi anche delle donne, spesso giovani e belle, le quali o per voto o per divozione, non hanno paura delle conseguenze gravi che derivano da una pratica che degrada l’umana natura.

Sulla macchina posa un mezzobusto di S. Onofrio. – Perché un mezzobusto e non una statua intera ? – Perché della statua intera, la parte inferiore sciupata, venne segata e portata via. Così vuole una leggenda; la quale però è ben diversa da un’altra che Vuole essere stato questo mezzobusto scolpito sul presunto vero ritratto del Santo dipinto da due angeli l’anno 1440 e conservato nella chiesa di S. Onofrio in Valenza.

Lascio la verità dove sta e non m’impelago in ricerche storico-artistiche pericolose per chi come me non abbia erudizione speciale di documenti all’uopo.

Dico bensì col diligente giovane che mi ha favorite le presenti notizie (n.d.r.: Domenico Puzzolo Sigillo) che questa statua o mezzobusto appunto é “la più antica e più democratica, del Santo. Sta tutto l’anno visibile in fondo al coro, in una cappelletta di stucco. E’ la statua che si espone alla adorazione dei fedeli nei momenti difficili in cui si chiede miracoli, come nelle pestilenze, nel colera, nei terremoti, nei cataclismi… e i miracoli impetrati si contano a migliaia”.

Nel 1743, infierendo la peste in Messina, quei di Casalvecchio fanno pubblico voto di alzare una statua d’argento a S. Onofrio se egli li libererà dall’immane flagello. Un appestato fuggendo da Messina si ferma a piè della montagna sulla cui china sorge Casalvecchio. Lì si volge il popolo atterrito, e lì depone il mezzobusto in legno del Santo: lì la pestilenza si arresta e nessun paesano muore. Quel sito si chiamò poi Pestigiru (n.d.r.: oggi Pestarrivu, o Pestarriu), quasi limite della peste. Sulla pubblica piazza, colle offerte dei devoti si prese a fondere la statua di argento; ma a certo punto si vide che tutto l’argento del crogiuolo non sarebbe bastato; ne mancava per una gamba. Ed allora piovvero nel crogiuolo, per pietà dei presenti, maglie da petto (magghiuzzi di la pittera) delle donne, fibbie da scarpe degli uomini, monete d’argento e pomi d’argento: e dell’argento ne avanzò per un piedistallo della statua e per non so quante altre cose.

Ma questa ricchezza di opera non istà come il mezzobusto sotto occhi di tutti. Chiusa con sette chiavi in un armadio, la si apre solo dopo essersi accesi dei ceri e con somma divozione in casi eccezionali; e si espone al pubblico solennizzandosi il Venerdl della seconda settimana di Settembre fino al Lunedì mattino.

Le funzioni religiose della chiesa del Santo son già finite: finito è il desinare, dove in gloria del Santo per consuetudine si è mangiato la prima carne di maiale della stagione, o due rocchi di salsiccia (satizza), o un pezzetto di becco o di capra al forno (carni ‘nfurnata), o tutte e tre queste pietanze: ed uno strano ma non inatteso rullo di tamburo chiama sulle vie alle finestre, ai balconi la gente. Tutti si affacciano, molti fuggono, quelli cioè che si credono in pericolo di essere seguiti, raggiunti o acciuffati dal cammello.

– Un cammello in Casalvecchio? mi chiederà il lettore.

– Si, ma un cammello di legno, di pelle e di stoffa[2].

“Un popolano camuffato da arabo camelliere lo guida, lo accarezza; ma esso, sempre pazzo, ora prende una boccata di calia, dalla tenda di cicirara, ora toglie un pezzetto di panno dalla tenda di  un franninaru, o un berretto da quella di un merciere; più tardi un quarto di montone da una beccheria, e non li lascia, finche non sia equamente rinumerato dai padroni con danaro od altri generi. Ma il cammello è allegro e birbante, e mentre pensa a buscarsi dei soldi, delle leccornie, degli oggetti utili, pensa anche ad atterrire i forestieri, i contadini, le contadine specialmente, ed i Savorchiesi (n.d.r.: ovviamente, i Savocesi) Eccolo: sembra mansueto e calmo; ma, ad un tratto, irrompe in una corsa vertiginosa, e rovescia per terra tutto sul passaggio di tutti, seminando, come Attila, lo spavento ed il terrore. Eccolo di nuovo avanzarsi ruminando e battendo la bocca di maciulla; ma ad un tratto toglie il lungo berrettone di capo ad un villano, il quale gli corre dietro, finché glielo lancia nella folla tra gli urli e le risa sgangherate. Eccolo, avvicinarsi al Bastione, e le contadine a stuolo fuggono cadendo una sull’ altra. E già si avanza, urta e finge di cadere sulla gradinata del Duomo, dove secondo il costume si adunano i contadini e le contadine venuti dai villaggi di Missario, di Mitta, di Misitano, di Fatarecchie (n.d.r.-ovviamente: Fadarechi) e Rafali, e dai comuni vicini di Antillo, Limina, Roccafiorita, Forza d’Agrò e, in maggior numero, dalla vicina Savoca; e lì ora li addenta, ora li lascia, or li spaventa, or china il capo, abbocca una gonna o una sottana”.

Così son passate parecchie ore tra le risa, le paure, gli schiamazzi del popolo e con largo guadagno del cammello, cioè degli uomini che l’han guidato e condotto, i quali han messo insieme derrate, oggetti e quattrini da scialarsela all’ osteria non pur la sera ma anche per vari giorni di seguito. E il popolo, accorso alle feste specialmente per .questo, ci si è divertito tanto tanto!

I divertimenti succedono ai divertimenti. Mentre il cammello rientra in casa stanco delle sue pazzie e delle sue rapine, la vitella, già stata sorteggiata, viene condotta con una fune dal fortunato a cui è toccata; e si incomincia l’albero della cuccagna (‘ntinna); e le campane di S. Teodoro e dell’ Annunziata martellando alternativamente invitano i confrati a portare le statue dell’uno e dell’altro a S. Onofrio, ma non prima sia stata compita l’asta per gli stendardi. Giacché, come nel corso di questo libro parmi di aver detto (e se non l’ho detto dico ora), l’onore di portar lo stendardo di una congregazione o confraternita non si concede se non per via di una gara di offerte in danaro, le quali, nell’eccitamento degli spiriti, si spingono fino a venticinque, trenta lire da persone che non sempre le possiedono! Ma vi sono i dispetti di parte, v’è la gelosia tra le confraternite e v’è, principale movente, la naturale avversione a qualsivoglia soverchieria. che si traduce in quello che si dice curriru.

E la processione s’avvia ed i devoti che si sono accaparrate le aste (brazzola) della bara, essendo padroni temporanei della statua d’argento del Santo, percorrono il paese; e dai luoghi tutti ove i galantuomini assistono alla sfilata dei confrati, dei santi, del clero, si baciano gli stendardi quelle parti che si posson toccare con le mani che si accostano alle labbra, e sulla statua del patrono si gettano fiori, confetture e ceci, come una volta, quando la cultura dei bachi da seta era più prospera che oggi, matassine di seta.

Dove la processione è già passata si balla e motteggia. Il motteggio, salace una volta, ora non ha più la forza di prima; ma è sempre qualcosa di spiritoso per chi lo fa, di dispettoso per chi lo riceve. Quelli che specialmente ne lanciano sono Savocoti (n.d.r. Savocesi in dialetto) ; e non dovrebb’essere altrimenti, perché fino al 1713 Casalvecchio era computato (…) tra’ municipi di Savoca; e si sa che i frizzi tra paese e paese non sono tra’ lontani.

Il motteggio che più distintamente giunge alI’ orecchio del forestiere è questo dialogo dei Savocoti in bocca di contadini di Casalvecchio, che hanno il nome comune di Onofrio:

-‘Nofriu, oh ‘Nofriu! Vidisti a ‘Nofriu?

-Era ‘nta ‘u ghianu di Santu ‘Nofriu, chi giucava cu ‘Nofriu[3].

Ma il casalvetino rimbecca con quest’altro, nel quale parlano due nipoti del comune di Savoca:

-‘Cenzu, oh ‘Cenzu, ‘a nanna murù.

            -E chi iappi chi murù?

-Mmippi iacqua d’ ‘u pisciarottu,. si vutò ‘afacci a ll’òdu: ghiamò

tri voti ò virzeriu e poi murù.

-E a tia chi ti lassò?

-Nenti.

-Annunca ‘ a robba a cui ci’ a lassò ?

-A Santa Nicola.

-Santa Nicola mi si ‘a cianci. E tu ciancisti?

-Iò non potti cianciri, pirchì avia a tèniri ‘a lumera[4].

All’ Avemmaria la statua rientra nella sua chiesa, ed un vocione interroga : – E cu vira? Al quale si risponde : – Evviva Santu Nofriu![5]

 


[1] Teda, pino selvatico, legno resinoso che usano i pescatori dello Stretto di Messina per andare a lanzari (pescar con le lance) le costardelle. specialmente in Agosto.

 

[2] “Tre, quattro popolani sono nascosti sotto un telaio di legno a foggia di cammello; coperto da un drappo di seta che rade il suolo con un collo ed una testa coperta di pelle, che finisce nell’interno di un’asta che un robusto giovane sostiene e guida, imitando i movimenti del collo. Una funicella nell’interno, che arriva sino al giovane. chiude la bocca, che pel peso della mascella inferiore si apre su due mastietti e mostra i denti bianchi e la lingua rossa”, così mi descrive questo spettacolo il sig, Puzzolo Sigillo. 

[3]  Versione italiana: – Onofrio, oh Onofrio! Hai tu veduto Onorio? -Sì: era nella piazza di S. Onofrio, che giocava con Onofrio.

  Eccone la versione italiana: “- Vincenzo, Vincenzo, la nonna è morta. – E che (male) ebbe, da morirne? -Bevve acqua della fontana, voltò la faccia in alto; chiamò tre volte il diavolo e poi morì. -Ed a te che lasciò? -Nulla. -E dunque, a chi lasciò la sua roba? -A S. Nicola. -(Ebbene) S. Nicola se la pianga. -E tu piangesti? – Io non potei piangere, perché dovevo reggere il lume”.Questo dialogo ha voci dialettali usate solo in Savoca: e da qui la burla: murù per muriu, pisciarottu per buccalonl o canali, fonte; all’òdu per all’autu, in alto ecc. In Savoca poi è comunissimo il nome di Vicenzu; quivi manca l’acqua e le fontanelle sono otturate con un tappo di stracci, tolto il quale, dopo il primo gorgo, l’acqua viene giù a debole filo come chi orini (da qui pisciarottu). La triplice invocazione al virzeriu è una allusione all’abitudine dei savochesi di esclamare: Oh virzeriu! Onde la qualificazione di stregoni, data loro dal proverbio: Savucoti, magari. Frattanto la vecchia che muore invocando il demone, lascia la sua roba a S. Nicola, il santo favorito dei Savocoti.

[5] Da una minuta e vivace descrizione fornitami dal signor Domenico Puzzolo Sigillo.

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