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[Pubblichiamo assai volentieri il discorso di Francesco Nicita, insegnante e cultore di storia, casalvetino, che introduce ai festeggiamenti per il 150.mo anniversario dalla fondazione della Banda Musicale di Casalvecchio Siculo – Messina]

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Nell’anno del 150° anniversario della fondazione della banda cittadina, raccogliendo l’invito del direttivo del corpo bandistico, ho cercato di effettuare una ricerca storica sul periodo risorgimentale in chiave locale, intorno alla nascita della banda musicale, tracciando un percorso non ancora esplorato da nessuno, attraverso un’analisi socio-economica del paese durante il XIX sec.
Non voglio anticiparvi nulla, ma il risultato ottenuto è veramente interessante: anche il nostro Comune ha avuto una parte importante nella storia d’Italia.
È una storia di tempi lontani, di fatti successi oltre150 anni fa, ma che oggi è la nostra storia.
In Italia poche epoche come quella risorgimentale hanno affidato alle parole e alla musica i sogni e le speranze, le rabbie e le passioni: infatti, la cultura romantica che pervadeva tutti gli aspetti, pubblici e privati, della vita di quegli anni così fervidi, individuava proprio nella musica e nella poesia le forme d’arte più adatte ad esprimere gli impulsi più veri dell’interiorità.
E se il Risorgimento italiano trova in Giuseppe Verdi l’interprete più consapevole, colui che sapeva rivelare musicalmente nella maniera più piena ed intensa, l’anima profonda del popolo italiano, pure ogni piazza, ogni piccolo paese della penisola aveva il suo modesto “vate” locale, capace di offrire parole e sonorità, magari elementari, a favore dello spirito nazionale.
Un’epoca apparentemente lontana nel tempo, ma fondativa della nostra storia.
Prendiamo l’anno 1848, l’anno fatidico, l’anno “dei portenti”. In Europa ed in Italia rivolgimenti, libertà conquistate e perdute, Costituzioni e rivoluzioni…mentre le classi subalterne cominciavano finalmente ad affacciarsi sulla scena della storia.
Quale motivo faceva da colonna sonora a tali e tanti sommovimenti politici e sociali? Lo spirito di quell’anno formidabile è bene espresso dalla “più popolare gentile canzone che sia stata scritta e cantata da coloro che combattevano le guerre dell’Indipendenza”: “Addio, mia bella addio”, intitolata in origine “La partenza del volontario” o anche “La partenza del soldato”.
A partire dal 1847, si inventarono sempre nuove quartine, sempre più beffarde e cruente, che accompagneranno e scandiranno, di lì a breve, le marce dei volontari verso i campi di battaglia della prima guerra d’indipendenza.
A tal proposito ricordo i “Picciotti Casalvetini” o “ I cento montanari”, che dir si voglia, che parteciparono e si distinsero, così come ci viene raccontato dallo storiografo Villari e dalla lapide posta in questa piazza, nelle battaglie di Milazzo, Messina e Casazza.
Il ritmo di quell’improvvisata fanfara, partita proprio da qui, primo nucleo di quella che sarebbe poi stata la nostra banda musicale, li accompagnò verso il teatro delle operazioni belliche.
Anche i motivi musicali più semplici e spontanei conoscono in questo clima una riconversione in senso politico e come sempre accade, le parole e le note accompagnano le speranze e le illusioni, che alimentano le aspettative di molti patrioti casalvetini.
Dunque, nel clima romantico e risorgimentale anche la nostra realtà locale partecipò allo spirito delle lotte risorgimentali e carbonare.
In Sicilia infatti, nei primi dell’Ottocento, i rapporti commerciali con l’Inghilterra, molto assidui con la zona di Messina, e in particolare con Casalvecchio, dal quale gli Inglesi acquistavano la seta, finirono col favorire il sorgere di società massoniche. Tali società segrete intendevano cacciare i Borbone dal Regno delle due Sicilie, partecipando ai moti del ’20, del ’48 e alle campagne del ’61, nella speranza che, una volta eliminato il dominio spagnolo, la Sicilia potesse tessere direttamente i propri rapporti commerciali con l’Inghilterra senza quei dazi doganali che i regnanti avevano imposto.
A Casalvecchio, nel 1820, per esempio, risultavano affiliati alla Carboneria le personalità più in vista dell’epoca: don Felice Sigillo, che ne fu la guida, don Sebastiano Muscolino Sciarpa, don Luigi Famulari ed il sacerdote Giuseppe Muscolino. Da ricordare inoltre Giuseppe Calabrò, giureconsulto del paese, morto nel 1847 e sepolto nella chiesa della SS Annunziata. Nella lapide della sua sepoltura è evidente il simbolo massonico con la presenza di una piramide e un leone dormiente. Egli è stato sicuramente un fervido sostenitore dei moti che sfoceranno poi nel ’48. Uomo di grande cultura e preparazione, cultore di storia e di arte, personalità di spicco all’interno del paese, membro di quell’elite casalvetina, schierata politicamente a favore di un profondo e radicale cambiamento istituzionale. Ciò dimostra quanto l’attività massonica a Casalvecchio sia stata preponderante fra coloro che parteggiavano per la rivoluzione politica, soprattutto quel ceto mercantile di cui parlavamo prima. Il paese, dunque, era diviso fra i sostenitori del cambiamento e della rivoluzione, da un lato, ed i conservatori dall’altro, latifondisti in particolare, che parteggiavano per il mantenimento dello status quo.
Ma torniamo indietro, dopo il fallimento dei moti carbonari del ’20-’21, i rivoluzionari rinnegarono ben presto le proprie idee tagliandosi le lunghe barbe, simbolo dell’attività sovversiva. A tal proposito citiamo un componimento del poeta locale, don Luigi Trimarchi, possidente latifondista, che, dal suo punto di vista conservatore, ironizza con sarcasmo sull’attività carbonara locale e sul suo equipaggiamento. Questo componimento è stato raccolto da Domenico Puzzolo Sigillo, notabile del paese, grande storico della provincia di Messina, in una sua monografia su Casalvecchio, pubblicata nel 1909.

Quattru bbibanti, ladri e bbacchittuni,
scuma di li cchiù perfidi assassini,
tintàru di firmari un bbattagghiuni
tra li cchiù malagenti e cchiù mischini,
d’un riggimentu ghiamatu carbuni,
armati tutti comu porci spini.
Ora su tutti jtttati nta na gnuni,
rraduti comu crasti picurini!

Ed è proprio negli anni dell’unità d’Italia, quindi nel pieno dello spirito patriottico risorgimentale, che a Casalvecchio viene fondata nel 1863 la Scuola Musicale e nel 1866 viene istituito il Complesso Bandistico, voluto dai notabili e da tutti i cittadini.
Dopo l’unità d’Italia, nel 1875 in Sicilia si contano 138 bande musicali e 8 scuole musicali. Nella sola provincia di Messina sono presenti ben 18 bande musicali per un totale di 455 elementi.
Ciò dimostra che la sensibilità musicale e artistica di queste zone è stata sempre molto spiccata, tanto che l’istituzione della Scuola Musicale fu proprio chiesta e ottenuta dagli stessi abitanti di Casalvecchio, nel 1863, per ricordare e celebrare quei “Picciotti Casalvetini”, che il 4 aprile 1860, guidati dal cav. Luciano Crisafulli, erano partiti, al suono di un’improvvisata fanfara, dalla Piazza della Chiesa Madre, per unirsi agli altri gruppi di “Prodi Garibaldini”.
La Scuola Musicale destinata alla preparazione degli allievi era ed è ancora interamente gratuita e a carico dell’amministrazione comunale. Fra i notabili del paese che incoraggiarono la fondazione del complesso bandistico, ricordiamo il signor Giovanni Giunta, primo illustre e giovane maestro della banda fino al 1897. Il notaio Giuseppe Muscolino, primo sindaco di Casalvecchio dopo l’unità d’Italia, dal 1865 al 1868, e primo Presidente della banda stessa, ucciso in maniera efferata il 14 novembre 1879, quando sindaco del paese era il famoso cavaliere Luciano Crisafulli.
E’ singolare la discrepanza fra il registro parrocchiale, che parla di morte violenta, ed il registro comunale in cui si parla invece di morte naturale, avvenuta alle ore 8.30 del 13 novembre 1879.
A tal proposito voglio ricordare che subito dopo l’unità d’Italia i sindaci duravano in carica tre anni e venivano scelti direttamente dal re come ufficiali di governo ed ultima propaggine dei Prefetti, fra i Consiglieri eletti. Molto probabilmente il Muscolino fu nominato sindaco, grazie alle sue frequentazioni ed alle attività legate al mondo della massoneria. Prova ne è che il nipote, Giorgio Muscolino Fleres, nel 1910, a soli 25 anni, viene ammesso a far parte della loggia massonica Grande Oriente d’Italia.
E’ da ricordare che Casalvecchio, subito dopo l’unità d’Italia, è fra i paesi più importanti dell’area ionica messinese, per numero di abitanti e per attività commerciali. Una comunità che contava quasi 2500 abitanti, poco meno della Taormina di allora, che ne contava 2900, più di Giardini Naxos e quasi il doppio di Santa Teresa di Riva, che allora ne contava solo 1300. Infatti, alle elezioni comunali, a Casalvecchio, andranno a votare circa 250 persone, che rappresentavano il 10% della popolazione, media molto alta rispetto al resto d’Italia, dove la percentuale si attestava intorno al 2%. Non dimentichiamo che il diritto di voto era ancora basato sul censo.
Ma in poco meno di un secolo, l’Italia si trasformò da paese sotto il dominio straniero a Stato unificato indipendente, desideroso di far parte delle grandi potenze europee….

Pubblicato da: enrico de lea | marzo 2, 2016

u viaggiu (il viaggio)

da presso e nei dintorni

u viaggiu rristau longu,
unni sì e aunni ieri,
longu e senza fini comu ‘n ciumi,
mparissi smicciannu lumi
dopu a nuttata, tempu sdirrupannu
e sonnu, addhritta – cimiddhiannu,
cuntannu chiddhu chi s’ha vittu,
mmucciannu i mani o pettu
nto friddu chi scurri
nta ll’uri senz’uri –
risbigghianusi nta navi,
non parìa veru, u Sthrittu

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(il viaggio)

il viaggio è rimasto lungo,
dove sei e là, dove eri,
lungo e senza fine come un fiume,
intravedendo luci
come dopo la notte,
scaraventando tempo
e sonno in piedi, ciondolando,
raccontando quel che s’è visto
nascondendo le mani in tasca
nel freddo che corre
nelle ore senza ore –
svegliandosi sul traghetto
non sembrava vero, lo Stretto

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CARMELO PUGLISI
IL MONASTERO BASILIANO DELLA SS. ANNUNZIATA DI CASALVECCHIO

Con titolo di Priorato-Infermeria del Monastero dei SS. Pietro e Paolo d’Agrò
Su questo monastero basiliano, l’unico fondato, sembra, in epoca moderna, a quanto ci risulta, nessuno finora ha scritto. Pertanto, cercheremo di dare qui qualche notizia. I padri basiliani, da tempo, avevano notato che nel Monastero dei SS. Pietro e Paolo d’Agrò vi era una morbilità e conseguente mortalità superiore alla media degli altri monasteri. Non sapendo come spiegare il fenomeno i monaci si convinsero che molte delle malattie che li colpivano erano provocate dall’aria insalubre che si respirava al Monastero, dovuta alla macerazione del lino e della canapa, che, da molto tempo, veniva praticata in certi laghetti creati artificialmente in quella parte del fiume, vicina al monastero stesso [1]. Il sospetto dei basiliani sembra sia stato fondato, infatti il Visitatore De Ciocchis in data 26 settembre 1742 stabilì [2] che le Curie di Forza D’Agrò e di Savoca emanassero ogni anno un Editto che ammonisse tutti a non più curare lino e canapa nel fiume vicino al monastero sotto pena di una multa di onze cinquanta e del carcere. Se poi le suddette Autorità avessero omesso di farlo sarebbero state soggette al pagamento di cento onze. La fondatezza del sospetto dei padri basiliani sembra inoltre ancor più avvalorata dallo allarme generato dalle continue assenze per malattia degli impiegati ai “posti telegrafici”. Da qui la Circolare 7 Luglio 1854 del Luogotenente Generale il quale, tramite l’Intendente di Messina, la inviava a tutti i Sottointendenti e Sindaci della Provincia per vietare la macerazione del lino e della canapa entro tre miglia dai posti telegrafici pubblici, sotto pena di pesanti sanzioni [3]. Pertanto, nel 1596, l’Abate del monastero, sottolineando le condizioni pestifere dell’aria ed il fatto che i monaci erano costretti a farsi curare in casa di amici secolari, supplicava il Viceré, per tramite del Tribunale del Regio Patrimonio, affinché il monastero venisse autorizzato a spendere – per la fabbrica di una infermeria nella Terra di Casalvecchio luogo il più vicino al monastero di buona aria e dentro un feudo della medesima abbazia – le somme necessarie, prelevandole da quelle assegnate per le fabbriche dello stesso monastero di Agrò. L’Intendente quindi, con lettera del 19 ottobre 1596, diretta al Secreto della città di Messina, richiedeva di eseguire la dovuta istruttoria e al termine di essa, con altre lettere del 19 Agosto del 1597, dirette ai deputati e depositari delle fabbriche della Terra di Agrò, venne concesso di poter spendere, dalle somme assegnate dal Visitatore Francesco del Pozzo per le fabbriche del monastero di Agrò, quelle ritenute necessarie per la costruzione di detta infermeria, nella Terra di Casalvecchio. L’opera, in esecuzione dell’Ordine Viceregio e del Tribunale del Regio Patrimonio, venne eseguita negli anni successivi con la costruzione di una sala, cinque stanze ed altre officine e sorse sul terreno limitrofo alla chiesa dell’Annunziata. Nel 1620 poi, i Rettori della Confraternita dell’ Annunziata concessero ai monaci di S. Basilio la loro Chiesa con il terreno attorno e la rendita di 12 onze annue di cui godeva, per il sostentamento dei religiosi, ed al luogo si diede il titolo di “Priorato” benché fosse fabbricato e servisse effettivamente come infermeria del monastero di Agrò che complessivamente aveva comunque una rendita annua di onze 72 [4]. Nel Priorato furono tenute dai Basiliani diverse Diete Provinciali e Generali tra cui ricordiamo, in ordine cronologico, quella Provinciale del 17 Ottobre 1622, quella Provinciale del 28 Ottobre 1624 e quelle Generali del 30 Settembre 1625 e del 29 Ottobre 1625 [5]. La scelta del Priorato della Annunziata di Casalvecchio per la celebrazione di dette Diete fa pensare che il posto, per la modernità della sede, e per l’aria buona della collina casalvetina la facessero prediligere. Per quanto riguarda l’attività svolta dal detto Priorato-Infermeria risulta [6] che in esso dimoravano ordinariamente quattro religiosi i quali quotidianamente celebravano la Messa, recitavano l’Ufficio divino e somministravano i Sacramenti alla popolazione di quella contrada, mentre per quanto riguarda l’attività infermieristica nessuna notizia in particolare è stata tramandata. Il 17 Dicembre 1649 il Papa Innocenzo III con la Constitutio circa statum Regularium in Italia & insulis adìacentibus ordinò che entro quattro mesi dalla sua pubblicazione tutti i monasteri, conventi e case religiose inviassero a Roma una relazione contenente il nome del fondatore, l’anno di fondazione, il sito, ovunque si trovasse in città, villaggio, campagna o bosco e la distanza dal centro abitato più vicino, ed insieme a tutte le entrate ed uscite a partire dagli ultimi sei anni anche il numero dei religiosi in atto dimoranti nelle case con i loro nomi e cognomi. Risulta [7] che il Priorato dell’Annunziata di Casalvecchio, entro i termini concessi, ossia in data 8 aprile 1650 inviò una dettagliata relazione da cui ricaviamo altre importanti notizie. Viene confermato, anzitutto, che esso fu fondato, come sopra avevamo già detto, nel 1620, con la concessione da parte dei confrati e dei Rettori della Confraternita dell’Annunziata della loro chiesa dedicata appunto alla Vergine Annunziata ed anche col consenso ed autorità di fra Ludovico Aliaga, Archimandrita del tempo e del Rev.mo Padre Don Giovanni Domenico Crupi Abate generale dell’Ordine Basiliano e dei Giurati dell’Università di Casalvecchio. Risulta inoltre che la chiesa fu concessa dai confrati e Rettori della Confraternita della SS. Annunziata assieme con tutti i suoi giocali ed ornamenti e fabbriche e di aver avuti assegnati 30 scudi di rendita con l’obbligo di celebrare una Messa al giorno, assistere la Congregazione e recitare il solito Officio. Dalla detta relazione risulta altresì che il Monastero possiede tre case di cui due terranee ed una solarata le quali rendono di affitto, togliendo le spese di riparazione, ragguagliato il tutto agli ultimi sei anni, scudi 3. Inoltre ha una proprietà terriera con gelsi e vigna che rende annualmente scudi 2 e baiocchi cinquanta. Un’altra proprietà ha nel feudo dell’abbazia di Agrò con gelsi, vigna ed altri pochi alberi che rende annualmente scudi 2. Possiede inoltre terreni lavorativi nel territorio dell’università di Casalvecchio che ogni anno rendono, detratte spese e grandine, scudi 3. Possiede ancora un “lochetto” piccolissimo di rendita annua di scudi 1, nonchè un giardinetto, dentro il monastero, dal quale si ricava fogliame in parte usato per la dieta dei monaci di rendita di scudi 20. Possiede infine diverse partite di censi perpetui dai quali si ricavano annualmente scudi 179.

Da parte sua il Monastero ha le seguenti spese: – Per riparazione delle fabbriche del monastero annualmente scudi 7; – per la sacrestia: sacra suppellettile, cera, olio e vino scudi 10 – per spesa ordinaria di vitto scudi 100 – per vestiario dei religiosi scudi 57 e baiocchi 50; – per medici medicine barbiere e lavandaia scudi 6 – per altri bisogni della religione in occasione di capitoli scudi 4 – per copie di scritture per l’esazione dei censi scudi 3; – per spese straordinarie di biancheria, letti, ed altri mobili di casa «robbe» di tavola o di cucina e simili all’anno scudi 6.

Inoltre ci risulta che alla data della suddetta relazione nel monastero dimoravano tre sacerdoti ed un chierico e cioè: l’abbate Don Pietro Lo Previti di Massa, don Angelo Vinci di Messina, Don Paolo Crupi di Casalvecchio ed il chierico don Teodoro Pizzolo di Casalvecchio.
Nel 1663 però La Santa Sede emanò l’ordine di abolire tutti quei monasteri e conventi che non avessero rendite sufficienti per garantire il sostentamento di almeno sei religiosi e quindi l’Arcivescovo di Messina tra gli altri, soppresse il Priorato di Casalvecchio. A seguito di ciò l’Abate Provinciale di Sicilia propose ricorso nel quale evidenziava anzitutto che nell’Ordine generale pervenuto da Roma, tra i monasteri da sopprimere in esso indicati, non era compreso quello di Casalvecchio e poi che essendo de iure Patronatus Regij in quanto connesso con l’Abbazia di S. Pietro e Paolo d’Agrò, non era possibile doversi sopprimere anche perché provvisto di una rendita annuale di onze 72 più che bastante per il sostentamento dei religiosi addetti all’Infermeria, rendita che si sarebbe perduta non potendo de iure Patronatus Regij separarsi tant’è che l’Ordine Pontificio aveva salvaguardato tale diritto del Fisco [8]. Il ricorso fu accolto ed il Priorato riprese la sua attività non solo di infermeria ma anche di esercizio del culto e somministrazione dei Sacramenti alla popolazione di quel centro, come prima “con molta ammirazione e soddisfazione delli popoli” [9]. Nel XVIII secolo il Monastero basiliano della SS. Annunziata, anche se indirettamente, entrò in conflitto con l’altro Monastero agostiniano di S. Teodoro esistente in Casalvecchio. La Confraternita dell’Annunziata e la Confraternita di S.Teodoro per raggiungere una banale priorità di posto nelle processioni religiose furono condotte a tutelarsi giudiziariamente avanti la Gran Corte Archimandritale di Messina [10]. In data 19 Aprile 1751 detta Gran Corte emanò una provvisionale [11] che eliminava l’inconveniente colla disposizione “Non dovere né potere l’una Confraternita intervenire nella processione dell’altra nec e contra”. Tale rimedio, però, fu ritenuto peggiore del male ed a lungo andare prevalse il buon senso di venire a più miti consigli addivenendo il 24 Marzo 1760 ad un atto di transazione in Notar Don Mariano Di Blasi [12] secondo il quale, per il futuro ed in perpetuo, le due Confraternite, con le loro rispettive insegne, simulacri e bandiere, nel giorno della celebrazione della festività tanto di detta Santissima Annunziata, quanto del glorioso martire San Teodoro, dovranno seguire il seguente cerimoniale: la Confraternita festeggiante, poco distante dalla sua chiesa dovrà incontrare l’altra convitata e questa convitante dopo che si farà tale incontro ed il solito dibattimento delle bandiere, dovrà dare la destra alla convitata sino che entrano in chiesa nella quale chiesa la Confraternita della SS. Annunziata, ancorché festeggiante, quella di S. Teodoro debba situarsi in Cornu Evangelij dove è solito stare e nello uscire la processione, nel giorno della festività della Beatissima Vergine deve precedere ed uscire prima la detta confraternita di S. Teodoro con le sue insegne e simulacri e dopo quella della Santissima Annunziata anch’essa con le sue insegne. Nel giorno però della festività di S. Teodoro deve precedere di uscire dalla chiesa prima la detta confraternita della SS. Annunziata e dopo quella di S. Teodoro con le sue insegne e simulacri e questo nonostante la inveterata precedente consuetudine e disposizione del predetto Provvedimento Provvisionale della Gran Corte Archimandritale. Fu stabilito infine che in tutte le altre Funzioni e Processioni che in questa Terra di Casalvecchio sogliono farsi, la maniera ed il modo di processionarsi sia con darsi il loco “Più maggiore” alla suddetta Confraternita di S. Teodoro perché più antica di quella della Santissima Annunziata . Questo il nocciolo dell’accordo . Di questa Confraternita di S. Teodoro che in questo atto di transazione viene indicata come più antica dell’altra della SS. Annunziata non v’è alcuna notizia in nessun scrittore di cose siciliane. Il Puzzolo Sigillo ha dato solamente qualche notizia circa la fondazione del convento di S. Teodoro traendola dall’opera: “Lustri istoriali degli Agostiniani Scalzi della Congregazione d’Italia e Germania” di autore ignoto che ne parla al Lustro quindicesimo, foglio 452 [13].

Da questo LUSTRO 15°, tra l’altro, risulta che esistendo in Casalvecchio la Chiesa di S. Teodoro, questa fu offerta ai padri agostiniani di Messina, in occasione delle prediche che fecero in questa chiesa nell’anno 1661, per la fondazione di un convento e dopo essere progettato e condotta a termine la fabbrica, il Diffinitorio dell’anno 1671 dichiarò questo convento Casa di Priorato, eleggendovi per primo Priore il P. Raffaele della Presentazione e come Sottopriore il P. Damiano di S. Antonio. Questo Priorato pertanto risulta più recente di quello della SS. Annunziata, ma non è detto che la Confraternita non potesse esistere da prima e quindi essere più antica, così come risulta dal predetto atto di transazione tra le due confraternite.Dopo il 1855, con l’entrata in vigore delle leggi eversive dell’asse ecclesiastico e dell’abolizione delle Corporazioni Religiose, sia il Monastero basiliano della SS. Annunziata sia quello agostiniano di San Teodoro furono incamerati dal Demanio dello Stato e successivamente venduti a privati che li hanno lasciati distruggere.

Differente risulta la situazione delle due Chiese. Quella dell’Annunziata fu menzionata dal Pirro in Sicilia Sacra Libro IV Notizia I, ove parlando della chiesa di S. Onofrio aggiunge: “Est et alia S. Mariae Annunziatae sub Monachis Basiliensis” nonche da V.M. Amico nel suo “Lexicon Topographicum siculum” alla voce Casale Vetus, mentre il traduttore dell’Amico Gioacchino Di Marzo nell’Appendice generale, sempre alla voce Casalvecchio, accenna anche al convento scrivendo: “Una grancia di ordine basiliano, che esisteva in questo Comune è resa inabitabile perché le fabbriche minacciano rovina; ma per ristorarsi l’edificio e soddisfarsi i legati cui va soggetta se ne è affidata l’Amministrazione all’Abbate di Mandanici”. Oggi la situazione delle due chiese secondo informazioni fornitemi dal Rev. Parroco P. Gerry è la seguente: la Chiesa dell’Annunziata ha avuto eseguiti da parte della Soprintendenza di Messina alcuni lavori di restauro e si spera che presto sia riaperta al culto, mentre quella di San Teodoro ha il tetto parzialmente crollato e puntellato dalla Soprintendenza e non si sa ancora quando sarà riaperta. Ultima notizia, degna di nota, fornitami dal suddetto parroco, è che le due confraternite, dopo tanti secoli e tante vicissitudini, sono ancora oggi in vita e partecipano attivamente così alle attività parrocchiali, come alle feste e processioni religiose. Solamente il numero dei confrati è diminuito; ma ciò è normale. Infatti in seguito all’esodo dai paesi e dalle campagne, la popolazione è molto diminuita in quel pittoresco e civilissimo [14] centro collinare della riviera ionica messinese .

Note

[1] Archivio Segreto Vaticano. Fondo Basiliani, Vol. 8, f. 269r. 2 G. A. DE CIOCCHIS: De regio sacrarum visitationum per Sicilia iura, diatriba sive apparatus ad regiam visitationem Joannis Angeli De Ciocchis ab eo conscriptus etc., Palermo 1816, p. 365.

[3] Giornale dell’Intendenza della Provincia di Messina, 1854, pp. 75-76.
[4] Arch. Segreto Vaticano, Fondo Basiliani Vol. 8, cit. ff. 269 r-v.

[5] Arch. Segreto Vaticano, Fondo Basiliani,Vol 4, ff. 90r, 94r, 99r, 106r, 112rv, 116rv.

[6] Ibidem, Vol. 8., f. 269 rv.

[7] Ibidem, Vol. 7, ff. 342rv-343r.
[8] Arch. Segreto Vaticano, Fondo Basiliani, Vol. 8, f. 269r cit.

[9] Arch. Segreto Vaticano, Fondo Basiliani, Vol. 8, f. 269r cit.

[10] D. PUZZOLO-SIGILLO, Una materia di contendere nel sec. XVIII, in Archivio Storico Messinese 1907 pp. 118-135.

[11] Detta provvisionale come si rileva dal successivo atto di transazione del 24 marzo ottava indizione del 1760 in notar Mariano Di Blasi nel quale è riportata è del seguente tenore:Die decima Nona Aprilis decimae quartae Inditionis 1751: Fuit provisum, et mandatum per Illustrissimum et Reverendissimum Don Prudentium de Pattis Abbatem Cassinensem Vicarium Generalem Magnae Curiae Archimandritalis huius Nobilis Urbis Messane ad petitionem, et istantiam Confraternitatum,unus sub nomine Sanctissimae Annunciationis, et alterius Sancti Theodori Universitatis Ruris Veteris, quod utique ab hodie in anthea in solemnitatibus utriusque Confraternitatis in quibus solet fieri Processio pubblica quaelibet ipsarum, non teneatur, nec debeat interesse processioni alterius, sed Confraternitas, quae processionem pro sua solemnitate, et Festo instituit eam sola, et per sé absque interventu alterius Confraternitatis, agat, et hoc ob evitanda Jurgia, Scandala, ac competentias: Jn aliis vero processionibus generalibus ipsius Universitatis servetur pro ut actenus servatum est sine ulla novitate, et ita exequetur in posterum ab unaquoque ex dictis Confraternitatibus, et Confratribus eas componentibus, sub pena unciarum centum pecuniarum Fisco dicte Magnae Curiae Archimandritalis apposita in casu trasgressionis presentis provisionis ac determinationis; et hoc stantibus comparentibus in contradictorio iudicio factis, ac auditis Iuribus et rationibus utriusque partis et non aliter etc. Unde etc. scribatur. Abbas de Pattis V.G. = Ex originali esistente in Archivio Magnae Curiae Archimandritalis huius nobilis urbis Messane extracta et presens copia collatione salva: Sacerdos Abbas Franciscus Impellizzeri Magister Notarius”.

[12] Riporto quì l’atto di transazione come desunto e pubblicato dallo storico Casalvetino Avv. Domenico Puzzolo Sigillo, da copie autentiche rilasciate dal figlio del suddetto Notaio, notaio anch’esso Don Antonino Di Blasi, conservatore degli atti del padre. Ecco il testo: Transazione: Die Vigesimo quarto mensis Martij Octavae Indictionis Millesimo Septingesimo Sexagesimo 1760. Sendo stata anni sono insorta la questione tra le due Confraternite, una sotto il titolo della SS. Annunziata e l’altra del glorioso martire San Teodoro di questa Terra di Casalvecchio per causa del loco” PIÙ MAGGIORE” nelle processioni delle festività di detta Santissima Annunziata e di S. Teodoro, pretendendosi dalla Confraternita della Santissima Annunziata nella processione della Festività di detta Gran Signora tantum spettarle lo anzidetto loco per il motivo che festeggiando la medesima per pulitica dovergli dare detto loco non ostante la consuetudine passata per cui in contrario s’avea. All’incontro però da detta Confraternita di San Teodoro pretendeasi il contrario d’osservarsi la detta consuetudine con darsegli il loco suddetto, come fondata precedente e più prima di detta della Santissima Annunziata pellochè sendo stati ambidue li procuratori di dette Confraternite in contraddittorio avanti il Tribunale della Gran Corte Archimandritale della nobile e fidelisima città di Messina, ed ivi dichiaratosi le reciproche raggioni, fu finalmente da detto Tribunale emanato atto Provvisionale per cui si ordinò di non dovere, né potere l’una Confraternita intervenire nella processione dell’altra nec e contra ma solamente in tutte le altre processioni solite farsi in detta Terra, ut actenus,e da allora in poi si è praticato, in dette Festività tantum a tenore di detto atto Provvisionale allo quale etc., adesso però conoscendosi dall’attuali rispettivi procuratori e Rettori di dette Confraternite la disunione delle medesime in dette processioni e per crescere con più attenzione e rispetto la divozione del popolo tutto verso la Beatissima Vergine e di San Teodoro e per non raddoppiare spese nelle dette festività; quindi per ovviarsi l’anzidetto si è stabilito che detti Procuratori e Rettori di venirsi alla presente transazione d’accordio della maniera infra d’espressarsi Impertanto oggi dì come sopra il Molto Reverendo Sacerdote Commissario del Santo Officio della Santissima Inquisizione, Don Antonino Cannavò, Don Pietro Lo Rè quondam Don Felice, Giuseppe Pizzolo quondam Francisco, Don Elia Di Blasio Pietro Curcio, Mario Mazzullo, Mario e Marco D’Amato, Domenico Pizzolo, Pietro Casablanca, Antonino Muscolino, Domenico Di Blasi, e Maestro Giuseppe Buongiorno del quondam maestro Giuseppe, come Procuratore e maggior parte delli Rettori di detta Confraternita di S. Teodoro dall’una nec non Notar Domenico Finocchio, Don Paolo Curcio, Don Domenico Lo Rè, Notar Giacomo Santoro, Don Angelo Pizzolo, Matteo Finocchio, e Nicotina Antonio, Giacomo Muscolino, Domenico Scarcella, Francesco Finocchio, Antonio Calabrò, quondam Antonino, Pietro Costa e Sebatino Costa, quondam Giacomo, dall’altra parte come Procuratore e maggior parte dei Rettori di detta Confraternita della Santissima Annunziata presenti e da me Notaro conosciuti spontaneamente in detti rispettivi nomi et in vim della presente Transazione ed accordio omnique alio,et meliori modo, per essi in detti nomi, e loro successori in perpetuum, et infinitum volsero e vogliono, promisero e promettono siccome si contentarono e contentano, di dovere le dette due Confraternite con loro rispettive insegne, simulacri ed altri intervenire e procesionare nelle processioni che da oggi innanzi unque inperpetuum et infinitum si faranno nel giorno della celebrazione della festività tanto della Santissima Annunziata quanto di detto glorioso martire S. Teodoro incominciando da quella che dimane giorno di detta Gran Signora si solennizzerà con questo però che la Confraternita festeggiante poco distante dalla Sua Chiesa debba incontrare l’altra convitata e questa convitante dopo che si farà tale incontro ed il solito dibattimento delle Bandiere dare la destra alla convitata sino che entrano in Chiesa nella quale chiesa la Confraternita della Santissima Annunziata ancorché festeggiante, quella di S. Teodoro debba situarsi in Chiesa in Cornu Evangelij dove è stata solito stare e nell’uscire la processione cioè nel giorno della Festività della Beatissima Vergine deve precedere, ed uscire prima la Confraternita di S. Teodoro con suoi insegne e simulacri e dopo quella della Santissima Annunziata, anco con suoi insegne e simulacri,nel giorno però della Festività di San Teodoro deve precedere et uscire prima dalla Chiesa la Confraternita della Santissima Annunziata e dopo la detta di San Teodoro con suoi insegni e simulacri e questo nonostante la suddetta inveterata consuetudine e disposizione di detto precalendato Atto Provisionale nec obstantibus quibusvis alijs in contrarium dictantibus et disponentibus quibus vicissim promiserunt e promittunt non uti etc, et non aliter etc. Dovendosi però da dette due Confraternite siccome per il presente detti rispettivi Procuratori e Rettori, per essi etc promettono osservare in tutte le altre Funzioni e processioni che in questa suddetta Terra soglionsi fare la maniera e modo di processionarsi, ut actenus solitum est con darsi il loco più maggiore alla suddetta Confraternita di S. Teodoro per essere stata fondata più antica di quella della Santissima Annunziata e per essere stato così praticato ed osservato nei tempi passati, sino alla questione di sopra insorta sentendosi di essere detto loco Maggiore quello vicino al reverendo Clero di essa suddetta Terra e non altrimenti. Dappiù dichiarano e promettono vogliono e comandano detti rispettivi Procuratori e Rettori non valersi né letarsi per l’avvenire di qualsivoglia sotterfugio legale atti jurium preservativi, o altro sì dell’una come dell’altra Confraternita fatti nel passato al fine di rescindere o annullare la presente Transazione d’ accordio e chi di dette parti vorrà innovare, insorgere lite o tentare la nullità della presente transazione ed accordio in tal caso sij tenuta tam nomine proprio, quam dictis nominibus obbligata conforme per il presente per essi e suoi etc. ad invicem si obbligano dare e pagare alla Confraternita che non sentirà né vorrà litigare né tentare la nullità suddetta non solo delle spese fatte nel litigio dell’insorta questione e di quell’altro giudizio da tentarsi come sopra ma anco la somma di onze cinquanta statim fatta o tentata lite, innovazione o nullità suddette non ostante etc.alias etc. di patto etc.Pregando per il presente detti Procuratori e Rettori all’Illustrissimo e Reverendissimo Monsignore Don Scipione Ardojno Vicario Generale di detta Gran Corte Archimandritale acciochè si benignasse col suo benestat in margine od in pede del presente confirmare ed approvare la suddetta transazione d’accordio per maggior validità della stessa e non approvandola si intenda siccome maj fosse stata fatta e non altrimenti. Quae omnia etc sub hjpoteca etc. Testes reverendi Sacerdotes Don Domenico Calabrò minor;Don Blasius Puglisi,Don Sebastianus Mazzullo ceterique . Firmati: Sacerdote Don Antonio Cannavò Procuratore della Confraternita di S. Teodoro contento di quanto di sopra. Notar Domenico Finocchio Procuratorio nomine suddetto confermo come sopra.

Seguono le firme di tutti gli altri Rettori mentre il sacerdote don Domenico Calabrò scrive: Fui presente e mi sottoscrivo per nome e parte delli sopradetti Antonino Muscolino, Domenico Di Blasio, Maestro Giuseppe Bongiorno e Domenico Lo Conti Rettori delle sopradette rispettive Confraternite per essi non sapere scrivere e di loro volontà confermo come sopra. (Ex actis quondam Notarij Don Mariani De Blasi Regia auctoritate, huius Terrae Casalis Veteris, olim patris mei extracta est presens copia per me Notarium Don Antoninum de Blasio, huius predicate Terrae, uti Conservatorem Particolarem ipsorum etc. Collatione salva).

]13] D. PUZZOLO SIGILLO, art. cit. pp. 122-123, Lustro 15°: “………….. La sua parrocchiale chiesa ( parlasi di Casalvecchio) è dedicata a S.Onofrio; avendone un’altra dei Monaci Basiliani, sotto il titolo di S.Maria Annunziata . Essendovi ancora la Chiesa di S. Teodoro Martire, questa fu offerta alli nostri Padri di Messina in occasione di avervi predicato, l’anno 1661, per la fondazione di un Convento, in accrescimento della provincia medesima di Messina.Era allora Archimandrita il Cardinale Sforza il quale per la soddisfazione del popolo suo suddito di detto Casalvecchio come anche per favorire la nostra Congregazone, non solamente condiscese alla fondazione ma anche si adoperò in Roma per il conseguimento del consenso apostolico di Alessandro Papa VII; con decreto della Sacra Cogregazione deputata di cui era segretario Mons. Prospero Fagnani. Già il Diffinitorio Generale dell’anno 1659 haveva concesso licenza di fondarsi due conventi in ogni Provincia e dal Diffinitorio annuale del 1661 sotto li 10 Maggio era stato dichiarato che nella Provincia di Messina uno delli detti dui Conventi fosse quello di Casalvecchio . Perciò li padri di Messina trattarono di fondarlo in detta Chiesa di S. Teodoro ed essendo disposti li deputati suoi a concederla il Deffinitorio dell’anno 1662 sotto il 27 settembre, approvò che ivi si facesse la fondazione con riserva delle licenze che dovevano precedere. Si differì l’esecuzione sino all’anno 1663 nel quale il Cardinale Sforza Archimandrita fece dare l’assenso del suo Vicario Generale, sotto il 13 Aprile sicchè li padri di Messina mandarono uno di loro con mandato di procura per prenderne possesso. Il Diffinitorio annuale del detto anno 1663 sotto il 30 Maggio, diede commissione al P. Alessandro del Gesù Priore di S. Restituta, al padre Mario di S. Oliva Priore della B.V. Annunziata di Palermo, al P. Paolo di Gesù Maria Lettore ed al P. Alberto di S. Francesco Maestro di Professi di far formare da qualche architetto il Disegno del Convento che si doveva fabbricare, l’esaminassero e l’approvassero per voti segreti, di poi lo mandassero al P. Vicario Generale in Roma, acciò fosse ammesso dal medesimo Deffinitorio, come fu eseguito, sicchè il Diffinitorio del detto anno 1663 alli 29 novembre vi elesse Presidente il P. Alessio di San Paolo il quale vi andò l’anno 1664. Dopo essersi fatta la fabbrica sufficiente alla famiglia di dodici Religiosi, il Deffinitorio dell’anno 1671 dichiarò questo convento CASA DI PRIORATO eleggendovi per primo Priore il padre Raffaele della Presentazione e per Sottopriore il P. Damiano di S. Antonio”.
 
[14] Per giudicare del grado di civiltà e di cultura di questo centro basta tener presente che in un paesello di provincia,nel settecento, quando l’istruzione non era né obbligatoria né pubblica ma solo lusso di privati per cui l’analfabetismo non solo imperava anche nelle classi elevate ma era addirittura un vanto dei nobili (non firma perché nobile), su 28 persone intervenute nel citato atto di transazione tra le due confraternite, 4 soltanto non hanno firmato perché analfabeti.

L’insieme delle comunicazioni presentate a Forza d’Agrò il 20 febbraio 2004 da specialisti della Sicilia antica e medievale offre una coerenza tematica e problematica che corrisponde perfettamente al disegno degli organizzatori. I relatori si sono posti domande sul territorio, sulla sua viabilità, sui modi di sfruttamento, sull’abitato, sulla sua unità politica, e infine sulla particolarità religiosa e culturale che nasce da una storia perennemente legata a Messina, ponte verso la Calabria. Non tutti gli aspetti trattati però hanno potuto usufruire di fonti che consentivano di rispondere a tutti i problemi: le risorse documentarie sono particolarmente povere per la Messina del medioevo e per la sua sfera d’influenza, e questa scarsezza sollecita i medievisti ad allargare il campo delle proprie ricerche a discipline vicine a quelle favorite dai loro colleghi antichisti, l’archeologia del costruito e quella del sottosuolo, l’epigrafia, la toponomastica e ad usare l’insieme di queste tecniche attraverso le ricognizioni sul territorio. Le riflessioni dei relatori si possono dunque raggruppare e ordinare intorno a un insieme di cartine geografiche ideali incastrate l’una dentro l’altra. Nel centro c’è la carta della Valle d’Agrò, insieme di vallate di 85 kmq: la conoscenza delle sue realtà antiche e medievali e la sua identificazione culturale erano l’oggetto principale dell’incontro. Ma questi risultati non si potevano raggiungere senza uno studio d’insieme sul complesso di montagne e di fiumare che ingloba la Valle d’Agrò e costituisce il secondo quadro, quello dei Peloritani, integrato dalla Piana di Milazzo, oggetto delle ambizioni messinesi: una seconda cartina sarebbe dunque quella del distretto sognato dal corpo politico della città del faro, fino a Taormina e fino a Milazzo. Il terzo quadro emerso dalle comunicazioni si estende fino a Randazzo, Castroreale e Montalbano, e ai limiti del vescovado di Patti, inglobando la valle dell’Alcantara: non è tutto il Valdemone come lo definisce la pratica amministrativa medievale esteso fino alla “contea di Geraci e alle parti di Termini e di Cefalù”, ma si tratta di limitarsi alle zone che hanno manifestato una lunga particolarità linguistica e religiosa, tramite un contatto durevole con l’ellenismo medievale. Un quarto quadro, forse poco aspettato, viene fuori dalla studio, in particolare attraverso quello dei bizantinisti: le relazioni marittime hanno dato vita e dinamismo a una sfilza di fiumare, tra il Faro e l’Alcantara, segnalate già dal geografo palermitano Idrîsî nel 1158, in particolare Tremestieri, Santo Stefano, Scoglio (Hağar Abî Khalîfa), Alì, la Fonte del Sultano, Sant’Alessio, fino a Schisò, prolungato verso Fiumefreddo, Mascali, Capo Mulini, Santa Tecla fino all’Ógnina. Ricordiamo che la strada costiera era “stricta, impachusa et pitrusa” secondo l’espressivo volgarizzamento quattrocentesco, a cura di Antoni di Oliveri, della traslazione di Sant’Agata. Questo susseguirsi di scali costituisce l’originalità del versante ionico della nostra zona; non c’é nessuno pendant sulla costa tirrenica: il geografo normanno ed i successivi portolani medievali segnalano solo il Faro e ‘Abbûd/Saponara prima del Capo di Milazzo, e poi di nuovo nessuno scalo fino ad Oliveri. Il costante movimento delle barche che si riduce solo in tempo di guerra, dal 1282 al 1370, e sotto Alfonso il Magnanimo, crea uno spazio che non è solo siciliano, ma che si estende alla costa calabra. La porosità del confine, anche durante la dominazione araba, stabilisce una comunità economica, ma sopratutto religiosa e culturale e ricorda che lo Stretto è insieme poros e porthmos. Questa presenza del mare ci invita a pensare agli effetti della pirateria nello Ionio e a quelli dell’offensiva perenne dei Turchi dopo il 1450: la paura della schiavitù, modo di sfruttamento economico e modo di governo del mondo ottomano, ha avuto l’effetto di rallentare l’insediamento alle marine, di ridurre il numero dei villaggi di pescatori, come in tutta Sicilia, e di costringere l’abitato, tonnare, zuccherifici, fondachi, a fortificarsi con baglio e torre. Riprendiamo ora i principali risultati delle ricerche presentate a Forza d’Agrò, secondo i grandi temi definiti più sopra.

Il territorio e le strade
Lo studio della viabilità ha permesso a Lucia Arcifa di passare dalle carte ideali già evocate al tracciato, anche a volte ipotetico (la strada di Dinamare), delle vie bizantine e normanne, usando la documentazione del ’100 come spia di un mondo bizantino che riemerge dall’oscurità documentaria in particolare attraverso lo sforzo di Vivien Prigent. La distribuzione dei monasteri greco-normanni segnala la continuità degli elementi di una viabilità romana disarticolata, la restaurazione bizantina del Dromo e le nuove costruzioni dei sovrani Altavilla. Il ruolo del monachesimo di rito greco appare qui ricco di complessità: protezione spirituale, patronato e ospitalità si integrano bene in una rete di piccoli insediamenti rurali e segnano subito l’originalità del Valdemone orientale. Anche le strade costiere medievali sono segnate da vecchie chiese, antichi priorati o parrocchie di casali, come “Tremestieri” (tre chiese) e San Paolo a Giampileri, e quelle ancora che lasciano i propri agiotoponomi ai paesi. I secoli tardomedievali vedranno crearsi una sfilza di fondachi, le “osterie” segnalate dal Camiliani lungo il mare, a Sant’Alessio, a Scaletta, presto rafforzate da torri di rifugio e di avvistamento, Schisò, Capo Sant’Andrea, San Nicola, Savoca, Capo Grosso, descritte da Marina Scarlata…. La circolazione d’insieme delinea un doppio asse Palermo-Messina, con pochi collegamenti trasversi, Randazzo-Patti, Troina-San Marco, più lontano ancora Cerami-Caronia. I Peloritani rimangono dunque insieme aperti su strade sempre vicine e isolati in fondo alle fiumare; le città sono periferiche, Milazzo, Taormina, Randazzo, e la dinamica culturale e commerciale di Messina non implica un orientamento unico del Valdemone orientale verso la città del Peloro, e Domenico Ventura ha messo in luce anche il dinamismo di Randazzo, diretto verso la foresta reale della montagna e verso Maniace e il Simeto. Anche la grande “terra” della Valle dell’Alcantara cerca di costituirsi un vasto territorio economico alle spese di Troina con l’annessione dei casali della Valle del Simeto, estendendo così le proprie mandre e massarie verso Carcaci, tendenza che ritroviamo nel documento del monastero greco di Santo Pietro di Gala analizzato da Nicolò Mirabella: la penuria delle superfici idonee al lavoro agricolo porta gli organismi politici ed economici dei Peloritani a costituirsi dei demani e a procurarsi degli spazi di percorso e di seminativo oltre l’Etna, come la nobiltà messinese ad acquistare feudi a Lentini.

Il paesaggio economico
Il paesaggio rurale dei Peloritani ricorda in effetti la Provenza e l’Italia montana tirrenica, dalla Liguria alla Calabria: lo spazio selvaggio domina, rifugio per la selvaggina e luogo privilegiato della caccia reale, la foresta Linaria. Come lo ha descritto Hadrien Penet, i pendii rapidi e l’abbondanza relativa delle precipitazioni creano una pedologia instabile, dominata dalla frana e dall’evacuazione rapida e tumultuosa dell’acqua piovana sprecata attraverso le fiumare. È dunque necessario conservare la preziosa risorsa, proteggere la montagna contro l’erosione e trovare le colture ad alta capacità produttiva e reddito elevato, adatte a compensare il necessario acquisto del frumento, passato nella Sicilia medievale a consumo universale. La cerealicoltura locale, invece, è povera: orzo nell’Antichità, orzo e germano nel medioevo. La costruzione di terrazze ha limitato l’erosione, allargando lo spazio del vigneto e dell’uliveto, testimoniato dalle regie visite analizzate da Diego Ciccarelli; essa va di pari passo con l’elevazione di muri di pietra a secco, la captazione e l’incanalamento delle acque sotteranee per creare un paesaggio umanizzato, di orti, anche di canneti per la produzione dello zucchero precocemente testimoniati nella valle dell’Alcantara, a Calatabiano o Fiumefreddo, sotto il vescovo Gualterio di Pagliara, intorno al 1215. Ma lo zuccherificio rimarrà sempre secondario a nord del fiume, per mancanza di terre di pianura. La vigna, invece, estesa già a numerose zone del Valdemone in epoca normanna e all’apogeo nel ’200 (da Cefalù a Patti e all’Etna), viene favorita dalla ripresa demografica del ’400 e si ricostituisce dopo un periodo di ripiego, legato anche al lungo episodio bellico che ha indebolito Messina. Nel ’500 le vigne di Pagliarelli, di Locadi, di Casalvecchio forniscono la capitale regionale mediante il traffico costiero delle barche; un casale di Messina prende fugacemente il nome di Capo “delli Vigni”, a testimonianza di Maurolico. Accanto alla vigne, un bosco umanizzato, il castagno nei Peloritani, il noccioleto sull’Alcantara, manifestano la capacità della “Sicilia dell’acqua” di convivere con la natura e di creare un equilibrio che manca tragicamente in Sicilia occidentale. Ne è espressione l’abitato a casale, la casa nelle vigne, palmento, pergola, fischia, la casa nel bosco. Notiamo la dialettica tra la presenza dei monasteri che protegge la piccola proprietà enfiteotica e la prosperità di piccole aziende costruite sulla viticoltura e rafforzate, alla fine del ’400, dalla rapida diffusione dell’allevamento del baco da seta. La crisi del monachesimo, però, che si percepisce nel ’400 porta all’emergenza di uomini nuovi. Essi creano dei poderi più vasti a scapito dei possessi dei monasteri, determinando un nuovo equilibrio, più favorevole alla grande città.

La presenza dell’acqua corrente permette una concentrazione, notevole e chiaramente avvertibile sul foglio 254 della Carta idrografica, di mulini, di gualchiere e di stabilimenti industriali legati al bosco, di battitoi per preparare il tannino, di seghe meccaniche segnalate nel ’400 sull’Alcantara come anche nel secolo successivo nella montagna di Naso, verso Sant’Agata di Militello, “scari” per la costruzione navale, che si estendono fino all’arsenale volante di Máscali. L’originalità della Valle d’Agrò, rispetto anche a tutto il rimanente Valdemone, consiste però nello sfruttamento minerario: i territori di Fiumedinisi, di Alì e la montagna di Monte Scuderi vengono sfruttati fin dal 1402 e forse prima. Zolfo, allume, argento, ferro, rame, la varietà e la ricchezza delle risorse hanno attirato imprenditori e tecnici stranieri, anche se i risultati quantitativi saranno rimasti modesti, hanno precocemente aperto la Valle d’Agrò su una circolazione di tecniche favorita dalla presenza della legna, del carbone e dell’acqua per i battitoi atti a rompere i minerali e per i lavatoi.

Il paesaggio e l’abitato
La specificità medievale dei Peloritani ricorda il paesaggio abitativo antico, a villa e vicus, come quello descritto da Antonino Pinzone per il litorale ionico. Casale, monastero rurale, “casa delle vigne” di grande modulo protetta da alte mura in seno alle fiumare sono l’articolazione di un modo di abitare complesso che lascia poco spazio alla “terra” difesa (Taormina, Monforte, Rometta). I casali, certo, si presentano raggruppati e abbastanza coerenti nella Valle d’Agrò e, nel ’400, Savoca e Fiumedinisi passano allo statuto di “terra”, ma molti presentano anche un abitato intercalare segnato dalla permanenza di chiesette di fiumare. Davanti a questa capacità di propagginazione i funzionari del fisco rimangono incerti. Si chiama “fortezza”, Forza, come altrove Motta, un casale che si è chiuso di mura. Più vicino a Messina, l’abitato di “vigne”, di casali e di chiese prende la figura di una vera nebulosa e qui i casali sono una circoscrizione amministrativa più che una comunità coerente: certi appaiono, altri scompaiono, e si nota un movimento di scissione, aggravato quando le marine saranno sicure e verranno di nuovo perennemente abitate. La retrazione dell’abitato nel ’300 colpisce sopratutto il Val di Milazzo esposto alle scorrerie angioine; la sua popolazione è stata autoritariamente concentrata a Castroreale, ma i siti abbandonati saranno presto recuperati dalle rifondazioni del ’500. La frequente permanenza del tessuto ecclesiastico, testimoniata attraverso la conservazione degli agiotoponimi, suggerisce che si è trattato non di veri e propri abbandoni, ma di una eclisse provvisoria, forse senza nemmeno la distruzione delle case e sicuramente senza scioglimento dei legami tra gli antichi abitanti, sempre possessori di terreni nel territorio del casale, e senza rottura tra loro e l’antico sito. Una domanda è stata posta per il periodo antico: in che misura la bellezza del paesaggio, in particolare marino, può spiegare la scelta dei siti di ville marittime come nella Campania o sulla costa settentrionale della Tripolitania? Si potrebbe estendere il suggerimento, in un modo più originale, al periodo medievale: si pensa sempre alle scelte estetiche per spiegare il paesaggio costruito, ma si evocano raramente per le scelte dei siti. Se le funzioni militari sono prevalenti per quelli delle “terre”, una casa rurale nobile, un palazzo (come nel Piano di Milazzo, o, più avanti, in quello di Partinico), “solazzo” o casa di caccia, non hanno compiti defensivi, non sono chiusi dentro dei muri che impediscano di vedere un paesaggio. E il gran numero di sollazzi chiamati proprio sui modelli di Belvedere, Belripayre, nel Napoletano, ma anche in Sicilia (un monte vicino Fiumedinisi porta proprio il nome di Belvedere), suggerisce una sensibilità anche alla visione del mare e richiede una ricerca più ampia.

Le ambizioni messinesi
Il quadro politico viene qui ampiamente delineato da Annliese Nef e da Federico Martino: la prima chiarisce la difficile storia del Valdemone dai Bizantini ai Normanni. Pochi documenti e il silenzio dei cronisti musulmani su una resistenza particolarmente complessa e offendente per la storia ufficiale. Il mondo peloritano, non sottomesso né controllato in totalità dall’emirato palermitano, serve anche di rifugio ai ribelli musulmani. È vero che l’Islam è allora in Sicilia poco più di un partito politico, diviso e pronto ad accogliere un generale bizantino e a tornare nel grembo dell’Impero costantinopolitano. Zona di scambio dunque e di conflitto, rassomiglia in tutto alla Calabria degli emigrati, Amantea, Tropea, Santa Severina. Con la conquista normanna, come la Calabria, il Valdemone diventa il laboratorio del governo centralizzato: i modelli bizantini vengono adattati dai notai calabresi e troinesi che assumono l’amministrazione dell’isola. Le prime sperimentazioni del villanaggio, del feudo amministrativo autoritario (in rottura completa con la “convenienza” tra uguali), si fanno qui. E si può aggiungere: il Valdemone è anche il laboratorio della Crociata e della valorizzazione della cavalleria, alla battaglia di Cerami, quando un senso religioso gli viene dato dal miracolo e sancito dalla concessione dell’indulgenza da parte di Alessandro II, primo passo verso il voto di Crociata. Ma la zona peloritana è anche il luogo delle prime resistenze allo Stato nuovo, a Focerò e a Messina, e viene abbandonato per Palermo, vecchia capitale degli emiri. Federico Martino analizza la volontà permanente della città del Faro di costruire un distretto senza però rompere esplicitamente con il patto di fedeltà che fonda la monarchia. Il diploma di Enrico VI è autentico e stabilisce che da Lentini a Patti, le “terre” devono a Messina fedeltà e servizio. La sua analisi s’inserisce in una revisione generale delle politiche delle città meridionali tra ’100 e ’300, non solo in Sicilia, ma forse ancora più chiaramente a Gaeta, a Napoli e in Puglia: nomina di podestà, mobilitazione di un esercito cittadino, guerre locali. Ricordiamo che nel 1254 l’esercito messinese distrugge Taormina ribelle all’autorità della città peloritana, come Napoli ha distrutto Cumi nel 1207. La forma feudale era in contraddizione evidente con la maestà del re imperatore e viene presto abbandonata, ma la monarchia manterrà l’aiuto militare dovuto dai piccoli centri alle città marittime che sono il loro “muro” di difesa; così Santa Lucia del Mela rispetto a Milazzo e Monte San Giuliano rispetto a Trapani. Questa forma feudale non deve però illudere: il comune di Messina è un «Popolo» e sono proprio i nobili della città, i “migliori e di più peso” a cacciare via il podestà all’arrivo dei rappresentanti di Manfredi. La collaborazione militare lascia il posto alla giurisdizione, estesa, nel 1302, da Taormina a Milazzo, e alla nomina di ufficiali messinesi nella Piana di Milazzo. Non si deve dimenticare, come ricorda Clara Biondi, che i disegni collettivi di Messina non sono dissociati dalle ambizioni particolari delle famiglie dell’aristocrazia messinese: sotto i Martino, la casa Romano, che la propria storia genealogica identifica ai Colonna dell’Urbe, ha tentato una penetrazione fulminea nella Valle d’Agrò, come ufficiali di giustizia e di amministrazione. Questa breve notizia induce a suggerire che una ricerca approfondita sulla diffusione delle famiglie messinesi, come rappresentanti del governo, oltre all’acquisto e alla gestione di feudi sempre rari, porterebbe dei frutti inaspettati. Attraverso i Capibrevi di Gianluca Barberi, possiamo intravedere che nella Valle di Agrò la penetrazione delle famiglie messinesi è stata lenta e contrastata. Qualcuno ha pensato di passare tramite l’acquisto di funzioni ufficiali e trasformare la capitania o la castellania in feudo. Nel 1356 il messinese Giovanni Mangiavacca ha così ottenuto la capitania di Fiumedinisi, che era stata della famiglia Bellono, e di Limina: gestiva un vasto progetto di signoria che lo vedeva acquistare il feudo Graniti sull’Alcantara e fondare Motta di San Michele sul casale Camastra nel 1360, ricevuto in capitania nell’anarchia, ma la sua impresa falliva. Nel 1452, allo stesso modo, i Romano hanno ottenuto l’alcaidia ereditaria del castello di Sant’Alessio. Finalmente l’autorità “feudale” messinese si limita a Fiumedinisi tenuta dai Romano per tutto il Quattrocento, ai casali di Altilia e di Guidomandri, comprati dai De Marchisio a Nicoloso Crisafi nel 1404, mentre i Vayro e i Crisafi si dividono la signoria di Limina. Nell’insieme, l’autorità signorile rimane nelle mani dell’archimandrita a Savoca e degli abbati greci, in modo diffuso. La sfera privilegiata di penetrazione messinese rimane dunque il Val di Milazzo, dove famiglie che appartengono alla cavalleria (Aldoino, Astasio, Laburzi, de Pactis, Romeo) e/o al ceto giuridico (La Manna, Maniscalco, Porco, Saccano) possiedono in modo quasi continuo una ventina di feudi, accanto a vecchie famiglie della cavalleria locale, i Furnari di Tripi, i Nàsari, i Pancaldo, i Sicaminò, che portano cognomi toponomastici tratti dal nome del proprio feudo. Ma le stesse famiglie dominano: i Romano sono baroni di Montalbano nel Val di Milazzo, di Cesarò e di San Teodoro verso Troina e acquistano dai Mancina sull’Alcàntara; i Crisafi sono baroni di molti casali e feudi (Cattaino, Cartolano, Comitaio, Lando, ecc.); gli eredi di Nicola Castagna, un Maniscalco, sono signori di Monforte, Mauroianni, Rapano, Rocca e San Pier Niceto, e infine i Marullo sono baroni di Saponara. La stessa efficace penetrazione si ritrova nella zona dell’Alcàntara: Marullo a Calatabiano, Crisafi a Linguaglossa, mentre Randazzo offre una base di resistenza, con le vaste possessioni degli Spatafora, da Maletto a Cutò, Carcaci, Roccella e Revocato. Ma anche loro vengono attratti dalla città dello Stretto.

L’identità religiosa e culturale
Vera von Falkenhausen ha ricordato il sentimento di liberazione con il quale le popolazioni cristiane di Sicilia hanno accolto i Normanni, del tutto simile a quello che ha accompagnato i Crociati in Anatolia, in Siria e in Palestina e la grande spedizione del re aragonese Alfonso il Battagliero in Andalusia. I cristiani mozarabi, i Greci e gli Armeni hanno aderito con entusiasmo, come quelli di Sicilia, a una guerra santa che segnava la loro emancipazione e la fine di persecuzioni talvolta severe, con il Fatimida Hâkim, talvolta strisciante. La restaurazione dell’ordine ecclesiastico interrotto qualche decennio prima si è fatta nel rispetto della tradizione siciliana, in stretto legame con la vicina Calabria che ha fornito missionari, uomini di chiesa e di governo e soprattutto monaci. La centralità dei monasteri greco-normanni nella ricostruzione del paesaggio agricolo, la lunga durata delle loro giurisdizioni sul territorio, segnata dalla relativa abbondanza dei diplomi, anche a volte rielaborati e arricchiti, ha profondamente segnato le campagne dei Peloritani. Il modo anarchico con il quale vengono fondati o rifondati questi piccoli cenobi, legati a famiglie di donatori, unisce Sicilia nord-orientale e Calabria, mentre i testi di fondazione segnalano la presenza precoce dell’economia che si può studiare meglio con documenti della pratica del tardo medioevo: enumerano tra le fonti di reddito il bosco, la caccia, la ghianda, il pascolo; essi indicano anche i cerchi per le botti e testimoniano la presenza antica della vigna. Ma non mancano di citare il possesso delle barche di trasporto, i mulini e le gualchiere, nel quadro di una signoria ecclesiastica che conserva fino al ’400 il diritto di chiedere delle corvées per la coltivazione delle proprie vigne e una vasta giurisdizione che si ferma davanti ai casi detti “reali”, cioè davanti alla giustizia di sangue riservata alla monarchia. Ma si tratta anche di un patronato che protegge efficacemente i propri vassalli dalle esigenze del fisco, in particolare dalla riscossione delle angarie di legname per la costruzione delle fortezze, la kastroktisia dei Bizantini; il che fa capire la lunga familiarità e la popolarità del demanio monastico, a Savoca in particolare. Le sacre regie visite segnalano la lunga dissoluzione della ricchezza, la decadenza, ma anche la lunga sopravvivenza di questo ellenismo religioso, mentre Claudia Guastella pone in evidenza la continuità liturgica del rito greco e del culto dei santi. Non si tratta di un ellenismo di bandiera in opposizione alla latinità trionfante del mondo cattolico, o di una specificità quasi nazionale come per gli Albanesi immigrati dopo il 1450, ma, fin dall’origine, di una combinazione originale di elementi culturali, più che linguistici, e di diverse tradizioni artistiche composite, messe in opera anche da artisti e architetti francesi, come Mastro Girardo a San Pietro e Paolo d’Agrò, che danno una chiara identità al complesso peloritano. La particolare densità dei monasteri e delle chiese dipendenti dall’archimandritato fa della Valle d’Agrò il polo di questa cultura. L’esame delle dediche delle chiese alla fine del medioevo dimostra, tra l’altro, la debolezza di una tradizione agiografica greca o di un culto propriamente siciliano, eliminando l’idea di una resistenza su modelli locali e arcaici. L’antichità del culto mariano e la presenza massiccia di San Nicola, che si unisce alla Vergine nella consacrazione delle chiese di casali, conferma che la ricostruzione del santorale si è fatta su base universale. La densità delle chiese officiate da un clero greco, rurale, certo povero, e legato alla popolazione, spiega la lunga durata di una pietà poco influenzata dalla presenza anche intensa degli ordini mendicanti a Messina, Taormina e Randazzo e delle confraternite, anche loro limitate all’ambiente urbano, ma aperte all’eremitismo, cioè a un lato del complesso movimento medievale della povertà meglio accolto nell’ambiente rurale.

Novità e suggerimenti d’inchieste
La ricostruzione assoluta della rete ecclesiastica da parte dei Normanni in un ambiente originale, densamente cristiano prima della conquista, suggerisce un’interpretazione nuova dell’opera del governo emirale dei Kalbiti. Si era sempre e erroneamente fidato della pretesa tolleranza impostata da Michele Amari su modelli ideali del califato orientale; si deve ora riflettere e tornare alla probabilità che le chiese siciliane e i monasteri siano stati distrutti, come in Africa e in Palestina nel corso del vasto movimento di conversione forzata indotto da Hââkim nell’Impero fatimita nel 1009. In un’altra parte del Valdemone, l’abbandono dell’importante cenobio di San Filippo d’Agira, dove aveva soggiornato pochi anni prima lo zio del califa, il patriarca Oreste, testimonia anche lui dell’ampiezza e della radicalità della persecuzione. Un secondo punto d’importanza emerge dagli studi qui presentati, il vasto respiro dell’autogoverno messinese, all’ombra del quale si svolge la vita della Valle d’Agrò, dei Peloritani e della Valle di Milazzo. Dalle ribellioni filobizantine contro l’occupazione musulmana ai movimenti popolari degli anni 1440 e 1450, l’autonomia messinese si presenta come un modello e, in qualche caso, come un altro focolaio di oppressione per le comunità rurali, e insieme un nemico severo e un prototipo per le “terre” che si sono dotate di amministrazioni particolari, come la Forza d’Agrò. La vivacità del movimento comunale meriterebbe dunque uno studio approfondito esteso al periodo moderno. Infine, la ricerca ha largamente dimostrato che la montagna peloritana non ha conosciuto né segregazione rispetto al resto dell’isola né reclusione. L’immigrazione di Calabresi, in particolare di Cosentini, è stata rilanciata più volte nel medioevo ed accompagnata da nuove ondate, minatori italiani e tedeschi, Lombardi delle colonie gallo-italiche di Sicilia, come la piccola comunità di Fondachelli-Fantina, senza alterare la compattezza culturale della montagna. L’ingegnosità e il carattere inventivo delle popolazioni montane è stata messa vivamente in luce anche dalle relazioni degli studiosi dell’epoca moderna e si potrebbe approfondire con lo studio della diffusione del manganello e della tiratura della seta. Il gusto infine della bellezza architettonica che ha portato all’adozione di formule tecniche sorprendenti a prima vista in un ambiente rurale: l’uso del mattone, l’importazione del calcare siracusano e della lava etnea, ci porterà a nuove riflessioni sulla compenetrazione delle colture urbane e rurali in un mondo complesso e aperto.

Pubblicato da: enrico de lea | gennaio 23, 2009

Nella Chiesa di Sant’Onofrio # 1

SANY2106

"Sacra Famiglia", di anonimo dell'inizio del XVII sec., della scuola di Antonello da Messina

 

Nacque a Casalvecchio Siculo il 20.11.1883 da Giuseppe possidente e da Rachela Puzzolo e ivi mori il 19.8.1958. E’ sepolto nel cimitero di Casalvecchio Siculo in una semplice tomba dove sul marmo, senzafotografia, sta impressa la significativa frase:

QUI RIPOSA NELL’ETERNA PACE / EUGENIO ALBERTI / POETA E LETTERATO

 Famiglia proveniente dal Piemonte, dalla Provincia di Novara che nel medioevo si insediò anche nell’antico territorio di Savoca

Gi antenati del prof. Eugenio provenivano dalla frazione Rina di Savoca e portavano originariamente il cognome ALIBERTI e non ALBERTI; Più specificamente, in Rina, abitava  GIUSEPPE ALIBERTI di professione murifabbro, nato nel 1789, uomo attivo e intraprendente(risulta che “riparò” diverse chiese di Savoca) che  sposò Giovanna Finocchio appartenente ad una famiglia di  grandi proprietari terrieri di Misserio; non sapeva né leggere né scrivere.

Il Figlio Carmelo Aliberti  nato a Savoca il 21 agosto 1827 teneva, nel 1857, la propria residenza a Misserio ma risulta registrato anagraficamente  con il cognome Alberti   quando, in quell’anno, si sposò con la possidente Santa Scarcella di Rosario e Rosaria Finocchio. Sapeva, come la moglie, leggere e scrivere correttamente e si fregiava del titolo di “Don”. Il 5 marzo 1858 nasce a Misserio il figlio Don Giuseppe Alberti qui morto il 30.08.1946 a 89 anni. Si sposò l’8 ottobre 1878, a 20 anni, con Donna PUZZOLO Rachela appartenente ad una della famiglie più antiche, ricche e colte di Casalvecchio Siculo. Gli otto figli della coppia, avviati agli studi, raggiunsero posizioni sociali importanti; Il secondo di essi fu Eugenio ALBERTI morto esattamente 50 anni fa.

L’excursus anagrafico sulla famiglia Alberti ci consente di affermare che una serie di matrimoni congegnati con le più importanti famiglie di Casalvecchio (i Puzzolo) e di Misserio (i Finocchio e gli Scarcella ) ne accrebbe significativamente il patrimonio  e ne assicurò, per quei tempi, una certa agiatezza economica e la scalata sociale; l’accesso alla cultura e agli studi fu un atto conseguenziale. Va rimarcato che la madre di Eugenio, una Puzzolo, era parente dell’illustre storiografo avv. Domenico Puzzolo Sigillo, Direttore dell’Archivio di Stato morto nel 1962,

Misserio era un borgo isolato(le strade di collegamento a Savoca e a Casalvecchio erano viottoli di campagna adatti solo all’asino) e  strutturalmente violento nella seconda metà dell’ottocento dove avvennero efferati crimini anche a danno di professionisti  e proprietari terrieri.Si ricorda segnatamente gli omicidi rimasti impuniti del notar Crupi nel 1860 e dell’avv. Vincenzo Trischitta nel 1862 . Si diffuse un termine “ Lampi di sipala” per indicare i rischi di schioppettate  che correvano i proprietari terrieri che di tanto in tanto si recavano nel propri possedimenti posti nella valle del Savoca.

In tale contesto visse  Don Giuseppe Alberti il padre di Eugenio, grande proprietario terriero che aveva fondi non solo a Misserio e nell’alta valle del Savoca ma anche a Rafale nel Comune di Casalvecchio Siculo; capiva certamente nell’ottica dei tempi che stavano cambiando l’importanza degli studi ad alto livello e fece studiare tutti i suoi figli maschi e femmine.

Ritornando a Eugenio Alberti la sua fanciullezza ci riconduce a Misserio allora popolosa ma isolata borgata di Casalvecchio Siculo. Misserio, come rimarcato  frazione tutt’altro che pacifica nel secondo ‘ottocento, era una zona ricca d’acqua dove dalla terra ferace si ottenevano prodotti in abbondanza; per questo alcune famiglie notabili come i Trischitta di Furci e certi Pagano originari di Forza avevano qui la  residenza estiva.

Il padre Giuseppe per far studiare Eugenio affittò una modesta abitazione in Messina, vicino al duomo. Ogni settimana con il mulo scendeva in città per portargli le cose necessarie  fra cui la biancheria e i generi alimentari prodotti nei suoi vasti possedimenti agricoli. A Messina compì gli studi liceali e si laureò in lettere presso la locale Università di Messina, cosi come un altro suo fratello Carmelo, insigne professore di latino e greco morto prematuramente. Entrambi vennero a contatto con l’illustre poeta Giovanni Pascoli che insegnava nell’ateneo messinese   e che molto li apprezzò.

Un altro, fratello, Benvenuto, l’unico che rimase a Misserio avendo sposato una Mantarro, nel 1909, frequentava la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna ma abbandonò subito gli studi.

Nel 1905 L’Alberti pubblica uno studio su Catone, oggetto di attenzione in tempi recenti del grande latinista prof. Mazzarino.

 

 Eugeno Alberti, a partire dal 1915, trovandosi ad insegnare nel palermitano, inizia un’intesa attività letteraria pubblicando presso la casa editrice  Antonino Trimarchi di Palermo le seguenti opere:

1.    Studio critico su le ricordanze  di Mario Rapisardi- Palermo 1915

2.    Studio critico su le ricordanze  di Mario Rapisardi- Palermo 1916

3.    Rimpianto amaro- Versi- Palermo- 1917

4.    Idillio Romano: Versi- Palermo 1918

5.    Rimembranze – Versi – Palermo 1918

6.    Rimembranze – Versi –  Palermo 1919

7.    L’ode alla Martire di Delaroche  di Mario Rapisardi: studio critico- Palermo 1920

8.    L’ode alla Martire di Delaroche  di Mario Rapisardi: studio critico- Palermo 1929

 

A partire dal 1929 non vi è più traccia di sue pubblicazioni a stampa. Certamente la cessata attività letteraria va collegata al  fatto che  l’Alberti, avendo preso il potere il partito fascista non  condividendo le idee mussoliniani,venne isolato.

 Nel 1931 il Fascimo emise una circolare con la quale pretese dai professori Universitari il giuramento di fedeltà al fascio per poter continuare ad insegnare. Soltanto 12 professori Universitari in Italia  rifiutarono e lasciarono l’insegnamento. Il provvedimento pare non riguardasse i professori di Liceo qual’era L’Alberti ma, si asserisce, che Eugenio di idee laiche e liberali(era convinto ammiratore di Vittorio Emanuele Orlando), si dimise dall’insegnamento e ritornò nella natìa Misserio;fu accusato, si dice, di

 “ agnosticismo politico” termine tecnico con cui si apostrofavano gli avversari del regime.Tale accusa pare si stata estesa anche al fratello Carmelo, professore di latino e greco nel liceo di Milazzo, definito da qualcuno un “pozzo di scienza “, Il dato va  riscontrato con i documenti ma se risultasse a verità quanto oralmente si tramanda Eugenio Alberti va senz’altro annoverato fra i grandi martiri della cultura e dell’idea ancora di più dei 12 professori universitari che non giurarono fedeltà al fascio ed i cui nomi, propose Ignazio Silone , dovevano essere scritti in una lapide murata in tutte le Università Italiane.

Così come va accertata la troppa severità con la quale Eugenio Alberti trattava gli studenti. Pare, infatti, che fu ferito seriamente da uno studente che bocciò agli esami di stato.

Nel 1939 si ricostituisce il Comune di Casalvecchio Siculo soppresso nel 1928 insieme a quello di Savoca e inglobato a quello rivierasco di Santa Teresa di Riva. Gli abitanti di Misserio e Fautarì ( frazioni prima  sempre appartenute a Casalvecchio Siculo) si organizzano capillarmente e ottengono che le due frazioni restino alla dipendenza di Santa Teresa di Riva, sede naturale dei loro interessi; Fra i firmatari della petizione risultano componenti della famiglia Alberti.

Non siamo in grado,allo stato attuale, di fornire una biografia completa su Eugenio Alberti.   Sappiamo che insegnò latino e greco in diversi licei classici,

con certezza in quelli di  Nicosia, Partinico e Scicli. Pare che fosse molto severo con gli studenti fino al punto di subire, nel palermitano, delle minacce.

Dopo la guerra fu riabilitato,forse insegnò qualche anno ancora,e andò in pensione vivendo a Misserio , pur mantenendo la residenza anagrafica a Casalvecchio Siculo fino al 1952;  A Misserio viveva il padre Giuseppe morto nel 1946 e un altro fratello Benvenuto, direttore del locale Ufficio postale che sposò Rosina Mantarro ma non ebbe figli.

 Non si sposò( si dice che in gioventù fu fidanzato con una ragazza idealizzata nelle sue raccolte poetiche) e visse , specie  nell’ultimo periodo della vita, in maniera trasandata con segni di cedimento dal punto di vista psichico.Fu un tipo solitario ed egocentrico ma rispettoso del prossimo.

Negli ultimi anni della sua vita risiedeva a Santa Teresa di Riva, nel quartiere Torrevarata ma ammalatosi gravemente,venne condotto dal nipote ins. Carmelo Calabrò a Casalvecchio Siculo dove,poco dopo,  il 19.08.1958, cioè 50 anni fa, mori e fu sepolto nel locale cimitero.

 

La copiosa produzione inedita, conservata presso gli eredi in località Mallina di Savoca,  che ho avuto modo di visionare superficialmente alcuni anni fa, comprende diverse raccolte poetiche e studi sui Giacomo Leopardi; con alcune poesie,ricordo, prende di mira il Re, Mussolini e alcuni notabili fascisti anche locali.

Da una lettera scritta ad un cugino datata,  Misserio 1951, si deduce che stava lavorando ad una nuova edizione poetica delle “Rimembranze” già pubblicate nel 1918  e  depositate presso la Biblioteca Nazionale di Palermo.

Dalla medesima si evince che, in quell’anno, aveva terminato di comporre una raccolta di poesie inedite intitolata “ Melanconie”.

La sua calligrafia è contraddistinta dai bei caratteri e il suo stile risente  di influssi Leopardiani, cosi come la tematica della ” Rimembranze”. Si rimarca che Mario Rapisardi( Catania, 1844-Ivi 1912),  era un ammiratore del Leopardi( cambiò per questo il suo cognome da Rapisarda a Rapisardi) e la sua raccolta poetica ” Le ricordanze ” del 1872, in cui forte sono gli influssi Leopardiani fu oggetto di uno studio storico- critico  da parte dell’Alberti nel 1915 e nel 1916.

Una poesia, facente parte delle ” Rimembranze” composta  nell’Agosto del 1918 a Casalvecchio Siculo intitolata “Memorie Sante” ci fornisce altre utili indicazioni sulla sua vita in quanto, nei versi, rimpiange la morte della nonna e quella, prematura, di un fratello.

Ma di più sul personaggio, sicuramente di alto spessore culturale e umano, si potrà sapere e scrivere da una disamina delle sue opere che inedite, in grande quantità, si conservano presso gli eredi.  (SANTINO LOMBARDO – dal sito www.fotosantateresadiriva.com , ove è visualizzabile anche il filmato del convegno tenutosi a S. Teresa Riva nel Cinquantenario della scomparsa del poeta).

Pubblicato da: enrico de lea | ottobre 9, 2008

Eugenio Alberti, poeta e letterato #1

I. UN RICORDO, di Nino Calabrò
Nacque a Misserio il 14 aprile 1882 .
Misserio era un borgo della costa ionica messinese , oggi frazione di Santa Teresa di Riva , allora di Casalvecchio Siculo, ma ad un tiro di schioppo da Savoca , e perciò tra il mare e la collina .
Suo padre si chiamava Peppino Alberti ( per tutti Don Peppino Aliberti ) . Sua madre , Rachele Puzzolo .
Fu il primo di ben otto rampolli .
La casa natia si affacciava sul torrente Savoca ed era sovrastata dalla montagna che originava da Rimiti e che si addolciva quando il torrente cominciava a confondersi con il paesaggio marino .
Settecento anime vivevano in quel borgo che , poi , quando Eugenio avrebbe saputo di greco e di latino riceverà dalla sua penna,nelle sue liriche, la denominazione di “ borgo abominato “ , per significare che lo Stato si dimenticava del meridione e delle marginalità.
Erano otto fratelli : Eugenio, Michelina , Carmelo , Leone , Beatrice , Ambrosina , Beniamino e Benvenuto.
Don Peppino,il pater ed il dominus della famiglia, era proprietario di limoneti , aranceti e uliveti .
In quella seconda metà dell’ottocento , subito dopo l’unità d’Italia , resistevano le ultime roccaforti economiche dei Borboni e la proprietà privata otteneva estrema tutela da quel liberalismo che avrebbe retto l’economia della nazione fino alla prima guerra mondiale e oltre.
Il fantasma del fascismo era ancora lontano , per cui proprio il clima economico liberale , consentiva di trarre un buon profitto dai possedimenti che il padre sapeva ben amministrare , dando lavoro a tante braccia .
Così i figli crescevamo ,serenamente , in attesa di essere svezzati e dotati dei primi indottrinamenti sul leggere ,lo scrivere e il far di conto. Poi era nel programma che i maschi avrebbero studiato fino a diventare professori di scuola , mentre le femmine avrebbero anche loro studiato, , ma per diventare maestre elementari .
E così avvenne .
A partire dall’autunno dell’anno 1901 , i fratelli Alberti si sarebbero trasferiti a Messina per studiare , sistemandosi in una casetta a due passi dal Duomo .
Per un fratello che diventava matricola , c’era subito quello che si laureava . Per una sorella che si diplomava , c’era subito pronta quella che esordiva , proprio quell’anno , come studentessa delle magistrali .
E così fino al fatidico 28 dicembre del 1908.
Tanti furono i sacrifici , tanto fu lo studio , ma tanto fu l’amore e la gioia con cui si davano reciproco sostegno .
A casa,a Misserio , si tornava solo a Natale , a Pasqua e per le ferie estive .
Eugenio era il punto di riferimento di tutti i fratelli.
Appena giunto a Messina si iscrisse al primo anno di corso della Facoltà di Lettere Antiche ed ebbe la fortuna di avere come Professore il grande Giovanni Pascoli, che da qualche anno era diventato titolare della cattedra di latino.
Proprio da Giovanni Pascoli, il giovane Eugenio, avrebbe ricevuto pubblici riconoscimenti di studente modello e di futuro letterato di grandi possibilità.
Insomma, Eugenio divenne in pochi mesi un allievo prediletto del Pascoli, al punto che quando il grande “romagnolo”, qualche anno dopo decise di tornare nella sua terra, propose proprio allo studente siciliano di seguirlo prima a Pisa e poi verso il sicuro porto di Bologna dove lo stesso Pascoli avrebbe ereditato la cattedra di Giosuè Carducci, e lo avrebbe annoverato , una volta laureato, tra i suoi pochi Assistenti di cattedra.
In effetti ciò che il Pascoli pensava di Eugenio non era privo di fondamento.
Infatti Eugenio spiccava per intuizione lirica, per la musicalità che sapeva imprimere ai suoi versi e per la profonda conoscenza della sintassi latina.
A tal proposito, ricordo che sul finire degli anni settanta, proprio al sottoscritto pronipote , autore di queste righe commemorative, si rivolse l’Illustre Professore Antonio Mazzarino, (Eugenio Alberti era fratello di mia nonna Michelina) per ottenere in prestito due pubblicazioni dell’Alberti su Catone,che conservavo e conservo a Casalvecchio unitamente ad un vecchio tavolo restaurato, che fu dello zio poeta e che a lui fu donato dal Pascoli quando questi nel 1905 traslocò da Messina.
Ma tornando all’esperienza universitaria di Eugenio, ricordo che mia nonna Michelina, mi parlò tante volte di quegli anni trascorsi a Messina prima del sisma che cancellò fatti e memorie.
In particolare la nonna mi disse che Eugenio era un ragazzo davvero fuori dalla norma, sia per contenuti dottrinali che per sensibilità di uomo e di poeta.
Quest’anno ricorre il 50° anno dalla sua morte.
Egli, infatti, passò a miglior vita il 21 ottobre del 1958, in Casalvecchio Siculo, nella casa dell’amata sorella Michelina, perché non si creò mai una famiglia sua propria.
Proprio nella casa di Casalvecchio , in due ampi bauli, stanno riposti tanti libri sui quali il poeta di Misserio studiò e tante altre pubblicazioni di cui ne fu autore.
Eugenio Alberti già dal Pascoli venne indicato come letterato inquadrabile nella corrente dei romantici, e precisamente in quella corrente letteraria che cento anni prima aveva annoverato Ugo Foscolo e Giacomo Leopardi.
In effetti il giovane Alberti fu essenzialmente un poeta, un idealista che credette nella poesia come mezzo per celebrare sia la bellezza che la morte, presentando quest’ultima come punto definitivo e terminale della vita terrena, ma presentando contemporaneamente la prima (la bellezza) come valore immortale, insieme a tutti i valori dell’anima che solo la poesia con la sua forza eternatrice può fare diventare immortali.
Il paesino di Misserio, certamente, con l’ausilio del Comune di Santa Teresa di Riva e del Comune di Casalvecchio Siculo celebrerà la ricorrenza; intanto, incombeva su di me, pronipote del grande letterato e poeta, avviare il “procedimento” che mira alla rivisitazione della sua immagine e delle sue opere.
Non posso chiudere queste poche righe senza affidarmi, nostalgicamente, alla mia memoria di bambino, quando negli anni 1957 e 1958 la figura dello “zio Eugenio”, mi sfilava sotto gli occhi durante alcune domeniche invernali, quando lui da Misserio veniva a trovare la nonna Michelina nella nostra casa di Casalvecchio.
Ricordo che a metà mattinata di quelle domeniche, il grande zio faceva ingresso nella nostra abitazione casalvetina con una valigetta di pelle color marrone in mano; in quella valigetta custodiva libri in quantità, un grosso quaderno nero sul qual prendeva appunti e poi tanti cioccolatini “Perugina” destinati a me e avvolti in carta stagnola rossa,verde e blu. Quei cioccolatini egli li portava da Palermo dove insegnava latino e greco nei licei classici.
Fra tutti quei libri uno in particolare mi colpiva perché aveva una foderina color verde mare: in esso erano raccolte le liriche che lui aveva dedicato ad Ericina , la donna dei suoi sogni che tanto amò e che forse mai conobbe.
Tanti anni dopo avrei letto meglio quelle liriche ed avrei rivisto nel suo stile quello del grande Giacomo Leopardi.
Aveva ragione Pascoli, avevamo nella nostra terra il secondo Leopardi e non ce ne siamo mai accorti.
Questa è una certezza, altrimenti il grande poeta romagnolo, non l’avrebbe mai pregato di seguirlo fino a Bologna per fargli l’assistente di cattedra.
Ora Eugenio Alberti riposa nel cimitero di Casalvecchio Siculo.
La sua tomba è contraddistinta da una piccola lapide di marmo bianchissimo,che fece porre mio padre, sui cui è incisa questa scritta :
“ Qui giace il Professor Eugenio Alberti- poeta e letterato -”.
Su quella tomba il giorno dei defunti, ogni anno, vado a posare un fiore colorato come colorate erano le sue poesie, di passione e di sentimento.  (Nino Calabrò)

Pubblicato da: enrico de lea | ottobre 9, 2008

Un filmato sulla Chiesa di Sant’Onofrio

Cliccando sul sito “fosantateresariva”  (qui) è disponibile un filmato sulla Chiesa di Sant’Onofrio a Casalvecchio.

Pubblicato da: enrico de lea | ottobre 1, 2008

La Festa di Sant’Onofrio in Casalvecchio (di Giuseppe Pitré – 1894)

 

(il Camiddu oggi, in una foto scattata il 09 settembre 2007)

 

Questo saggio (che ha più di un secolo…), scritto dal Pitré per la sua “Biblioteca delle tradizioni popolari” (1894), fu redatto in base ad una memoria dello storico e ricercatore casalvetino Domenico Puzzolo Sigillo. Lo ripropongo per l’interesse che esso suscita in ordine al mutare del costume, dell’assetto sociale (da una società contadina ed artigiana ben strutturata, all’odierna società informe e disarticolata, e non meno ingiusta ed inconsapevole), di alcuni aspetti della stessa festa (pensiamo alla Fiera di Sant’Onofrio, che non si tiene più da decenni),  aspetti che pure ci sono ignoti e che ci appassionano, come tutto il passato di una comunità (E.D.L.)

 

 Dovrebbe celebrarsi in Giugno, ma, per antica consuetudine, si rimanda a Settembre, mese in cui i lavori della campagna sono in buona parte finiti, ed i galantuomini sono rientrati in casa dopo la stagione dei bachi da seta e dei raccolti.

La festa è nella seconda Domenica; ma la precorrono tre giorni di scampanate, di musicata e di altri rumori assordanti, che pur formano la delizia delle donne e del popolo in generale. E la prima scampanata è quella del mezzogiorno del Giovedì (campanata ‘i manziornu), con la quale s’inizia il festino e si ripete così nella chiesa di S. Onofrio come in tutte le altre chiese, nei giorni seguenti per otto volte il giorno, in certe ore canoniche e non canoniche, conosciute sotto i nomi di Padrinostru, Salvirigina, manziornu, diciannov ‘uri, vintun ‘ura, Avimaria, un ‘ura di notti, du’ uri di notti, sino alla Domenica stessa.

E già da Calatabiano, da Fondachello, da Linguaglossa, da Castiglione, da S.Teresa, da Fiumedinisi giungono il Venerdì i cicirara, venditori di ceci, avellane, fave abbrustolite: i franninara, pannieri ambulanti, i mircen, merciai con i loro brocci (forchette) e cucchiai, aghi, bottoni e un’ altra dozzina di ninnoli e cianfrusaglie; e tutti, chi bene e chi male, si attendano sulla piazzetta. sul vecchio Bastione, dietro il coro della chiesa del Santo. E sotto le loro tende, sul far della notte, al vivo lume della tedira[1] , tutti codesti zingari della Sicilia, suonano fraùti e zammari (flauti e zampogne) cantando ciascuno canzoni popolari secondo la mota (il motivo) del proprio paese.

Ed altri fieranti giungono ancora il Sabato: i coltellieri, i magnani (ghiavitten), i venditori di strisce di cuoio vaccino con tutto il pelo (scarpara ‘i pilu), pentolai, orefici, sorbettieri e, tra’ tanti, mezzadri (mitateri),che per antica costumanza, portano ai loro padroni la frutta.

E mentre il paese si popola e rianima, una folla chiassosa accompagna schiamazzando una grassa e bellissima vitella, adorna di nastri e fettuce: è la vitella che si suole riffare pel giorno di S. Onofrio, e che tutti vorrebbero avere col biglietto che acquistano. Domani, altra e ben diversa scena si presenterà ai visitatori del duomo: i penitenti, che dalla porta maggiore, ginocchioni e chinati per terra, passano e ginocchia e lingua sul pavimento fino alla bara del Santo. Sono tra essi anche delle donne, spesso giovani e belle, le quali o per voto o per divozione, non hanno paura delle conseguenze gravi che derivano da una pratica che degrada l’umana natura.

Sulla macchina posa un mezzobusto di S. Onofrio. – Perché un mezzobusto e non una statua intera ? – Perché della statua intera, la parte inferiore sciupata, venne segata e portata via. Così vuole una leggenda; la quale però è ben diversa da un’altra che Vuole essere stato questo mezzobusto scolpito sul presunto vero ritratto del Santo dipinto da due angeli l’anno 1440 e conservato nella chiesa di S. Onofrio in Valenza.

Lascio la verità dove sta e non m’impelago in ricerche storico-artistiche pericolose per chi come me non abbia erudizione speciale di documenti all’uopo.

Dico bensì col diligente giovane che mi ha favorite le presenti notizie (n.d.r.: Domenico Puzzolo Sigillo) che questa statua o mezzobusto appunto é “la più antica e più democratica, del Santo. Sta tutto l’anno visibile in fondo al coro, in una cappelletta di stucco. E’ la statua che si espone alla adorazione dei fedeli nei momenti difficili in cui si chiede miracoli, come nelle pestilenze, nel colera, nei terremoti, nei cataclismi… e i miracoli impetrati si contano a migliaia”.

Nel 1743, infierendo la peste in Messina, quei di Casalvecchio fanno pubblico voto di alzare una statua d’argento a S. Onofrio se egli li libererà dall’immane flagello. Un appestato fuggendo da Messina si ferma a piè della montagna sulla cui china sorge Casalvecchio. Lì si volge il popolo atterrito, e lì depone il mezzobusto in legno del Santo: lì la pestilenza si arresta e nessun paesano muore. Quel sito si chiamò poi Pestigiru (n.d.r.: oggi Pestarrivu, o Pestarriu), quasi limite della peste. Sulla pubblica piazza, colle offerte dei devoti si prese a fondere la statua di argento; ma a certo punto si vide che tutto l’argento del crogiuolo non sarebbe bastato; ne mancava per una gamba. Ed allora piovvero nel crogiuolo, per pietà dei presenti, maglie da petto (magghiuzzi di la pittera) delle donne, fibbie da scarpe degli uomini, monete d’argento e pomi d’argento: e dell’argento ne avanzò per un piedistallo della statua e per non so quante altre cose.

Ma questa ricchezza di opera non istà come il mezzobusto sotto occhi di tutti. Chiusa con sette chiavi in un armadio, la si apre solo dopo essersi accesi dei ceri e con somma divozione in casi eccezionali; e si espone al pubblico solennizzandosi il Venerdl della seconda settimana di Settembre fino al Lunedì mattino.

Le funzioni religiose della chiesa del Santo son già finite: finito è il desinare, dove in gloria del Santo per consuetudine si è mangiato la prima carne di maiale della stagione, o due rocchi di salsiccia (satizza), o un pezzetto di becco o di capra al forno (carni ‘nfurnata), o tutte e tre queste pietanze: ed uno strano ma non inatteso rullo di tamburo chiama sulle vie alle finestre, ai balconi la gente. Tutti si affacciano, molti fuggono, quelli cioè che si credono in pericolo di essere seguiti, raggiunti o acciuffati dal cammello.

– Un cammello in Casalvecchio? mi chiederà il lettore.

– Si, ma un cammello di legno, di pelle e di stoffa[2].

“Un popolano camuffato da arabo camelliere lo guida, lo accarezza; ma esso, sempre pazzo, ora prende una boccata di calia, dalla tenda di cicirara, ora toglie un pezzetto di panno dalla tenda di  un franninaru, o un berretto da quella di un merciere; più tardi un quarto di montone da una beccheria, e non li lascia, finche non sia equamente rinumerato dai padroni con danaro od altri generi. Ma il cammello è allegro e birbante, e mentre pensa a buscarsi dei soldi, delle leccornie, degli oggetti utili, pensa anche ad atterrire i forestieri, i contadini, le contadine specialmente, ed i Savorchiesi (n.d.r.: ovviamente, i Savocesi) Eccolo: sembra mansueto e calmo; ma, ad un tratto, irrompe in una corsa vertiginosa, e rovescia per terra tutto sul passaggio di tutti, seminando, come Attila, lo spavento ed il terrore. Eccolo di nuovo avanzarsi ruminando e battendo la bocca di maciulla; ma ad un tratto toglie il lungo berrettone di capo ad un villano, il quale gli corre dietro, finché glielo lancia nella folla tra gli urli e le risa sgangherate. Eccolo, avvicinarsi al Bastione, e le contadine a stuolo fuggono cadendo una sull’ altra. E già si avanza, urta e finge di cadere sulla gradinata del Duomo, dove secondo il costume si adunano i contadini e le contadine venuti dai villaggi di Missario, di Mitta, di Misitano, di Fatarecchie (n.d.r.-ovviamente: Fadarechi) e Rafali, e dai comuni vicini di Antillo, Limina, Roccafiorita, Forza d’Agrò e, in maggior numero, dalla vicina Savoca; e lì ora li addenta, ora li lascia, or li spaventa, or china il capo, abbocca una gonna o una sottana”.

Così son passate parecchie ore tra le risa, le paure, gli schiamazzi del popolo e con largo guadagno del cammello, cioè degli uomini che l’han guidato e condotto, i quali han messo insieme derrate, oggetti e quattrini da scialarsela all’ osteria non pur la sera ma anche per vari giorni di seguito. E il popolo, accorso alle feste specialmente per .questo, ci si è divertito tanto tanto!

I divertimenti succedono ai divertimenti. Mentre il cammello rientra in casa stanco delle sue pazzie e delle sue rapine, la vitella, già stata sorteggiata, viene condotta con una fune dal fortunato a cui è toccata; e si incomincia l’albero della cuccagna (‘ntinna); e le campane di S. Teodoro e dell’ Annunziata martellando alternativamente invitano i confrati a portare le statue dell’uno e dell’altro a S. Onofrio, ma non prima sia stata compita l’asta per gli stendardi. Giacché, come nel corso di questo libro parmi di aver detto (e se non l’ho detto dico ora), l’onore di portar lo stendardo di una congregazione o confraternita non si concede se non per via di una gara di offerte in danaro, le quali, nell’eccitamento degli spiriti, si spingono fino a venticinque, trenta lire da persone che non sempre le possiedono! Ma vi sono i dispetti di parte, v’è la gelosia tra le confraternite e v’è, principale movente, la naturale avversione a qualsivoglia soverchieria. che si traduce in quello che si dice curriru.

E la processione s’avvia ed i devoti che si sono accaparrate le aste (brazzola) della bara, essendo padroni temporanei della statua d’argento del Santo, percorrono il paese; e dai luoghi tutti ove i galantuomini assistono alla sfilata dei confrati, dei santi, del clero, si baciano gli stendardi quelle parti che si posson toccare con le mani che si accostano alle labbra, e sulla statua del patrono si gettano fiori, confetture e ceci, come una volta, quando la cultura dei bachi da seta era più prospera che oggi, matassine di seta.

Dove la processione è già passata si balla e motteggia. Il motteggio, salace una volta, ora non ha più la forza di prima; ma è sempre qualcosa di spiritoso per chi lo fa, di dispettoso per chi lo riceve. Quelli che specialmente ne lanciano sono Savocoti (n.d.r. Savocesi in dialetto) ; e non dovrebb’essere altrimenti, perché fino al 1713 Casalvecchio era computato (…) tra’ municipi di Savoca; e si sa che i frizzi tra paese e paese non sono tra’ lontani.

Il motteggio che più distintamente giunge alI’ orecchio del forestiere è questo dialogo dei Savocoti in bocca di contadini di Casalvecchio, che hanno il nome comune di Onofrio:

-‘Nofriu, oh ‘Nofriu! Vidisti a ‘Nofriu?

-Era ‘nta ‘u ghianu di Santu ‘Nofriu, chi giucava cu ‘Nofriu[3].

Ma il casalvetino rimbecca con quest’altro, nel quale parlano due nipoti del comune di Savoca:

-‘Cenzu, oh ‘Cenzu, ‘a nanna murù.

            -E chi iappi chi murù?

-Mmippi iacqua d’ ‘u pisciarottu,. si vutò ‘afacci a ll’òdu: ghiamò

tri voti ò virzeriu e poi murù.

-E a tia chi ti lassò?

-Nenti.

-Annunca ‘ a robba a cui ci’ a lassò ?

-A Santa Nicola.

-Santa Nicola mi si ‘a cianci. E tu ciancisti?

-Iò non potti cianciri, pirchì avia a tèniri ‘a lumera[4].

All’ Avemmaria la statua rientra nella sua chiesa, ed un vocione interroga : – E cu vira? Al quale si risponde : – Evviva Santu Nofriu![5]

 


[1] Teda, pino selvatico, legno resinoso che usano i pescatori dello Stretto di Messina per andare a lanzari (pescar con le lance) le costardelle. specialmente in Agosto.

 

[2] “Tre, quattro popolani sono nascosti sotto un telaio di legno a foggia di cammello; coperto da un drappo di seta che rade il suolo con un collo ed una testa coperta di pelle, che finisce nell’interno di un’asta che un robusto giovane sostiene e guida, imitando i movimenti del collo. Una funicella nell’interno, che arriva sino al giovane. chiude la bocca, che pel peso della mascella inferiore si apre su due mastietti e mostra i denti bianchi e la lingua rossa”, così mi descrive questo spettacolo il sig, Puzzolo Sigillo. 

[3]  Versione italiana: – Onofrio, oh Onofrio! Hai tu veduto Onorio? -Sì: era nella piazza di S. Onofrio, che giocava con Onofrio.

  Eccone la versione italiana: “- Vincenzo, Vincenzo, la nonna è morta. – E che (male) ebbe, da morirne? -Bevve acqua della fontana, voltò la faccia in alto; chiamò tre volte il diavolo e poi morì. -Ed a te che lasciò? -Nulla. -E dunque, a chi lasciò la sua roba? -A S. Nicola. -(Ebbene) S. Nicola se la pianga. -E tu piangesti? – Io non potei piangere, perché dovevo reggere il lume”.Questo dialogo ha voci dialettali usate solo in Savoca: e da qui la burla: murù per muriu, pisciarottu per buccalonl o canali, fonte; all’òdu per all’autu, in alto ecc. In Savoca poi è comunissimo il nome di Vicenzu; quivi manca l’acqua e le fontanelle sono otturate con un tappo di stracci, tolto il quale, dopo il primo gorgo, l’acqua viene giù a debole filo come chi orini (da qui pisciarottu). La triplice invocazione al virzeriu è una allusione all’abitudine dei savochesi di esclamare: Oh virzeriu! Onde la qualificazione di stregoni, data loro dal proverbio: Savucoti, magari. Frattanto la vecchia che muore invocando il demone, lascia la sua roba a S. Nicola, il santo favorito dei Savocoti.

[5] Da una minuta e vivace descrizione fornitami dal signor Domenico Puzzolo Sigillo.

Pubblicato da: enrico de lea | settembre 18, 2008

Uno storico casalvetino: Domenico Puzzolo Sigillo

 

(Domenico Puzzolo Sigillo)

Domenico Puzzolo Sigillo è stato uno dei più puntuali e documentati studiosi della storia di Casalvecchio, nonché della Valle d’Agrò e del Messinese. Prossimamente proveremo a tracciare un profilo di questo ricercatore, le cui opere restano lo strumento principe per ricostruire in modo serio il passato della nostra zona.

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