Inserito da: enrico de lea | Aprile 7, 2009

Una poetessa di Casalvecchio

Proponiamo ai lettori del nostro blog una poesia di Giovanna Turiano, autrice di varie raccolte e docente in Brianza. Dai versi la presenza del paese appare assai viva, in una storia trasfigurata e pacificata nel legame individuale.

A Casalvecchio

Come se fosse ieri: Casale Vecchio.
Un vetusto murmure s’ode
d’antichi baroni
fra la Piazza Vecchia e le Tribbone!
Tracce di cavalieri,
sagome moresche,
rotondità
e gli arabeschi.
Favole normanne
scorrono ancora
fra le vene dei tuoi muri;
esistenze a chiudere
la distanza e il punto.
E la ruga fra i tuoi viottoli
e l’abbronzate fronti
eternità di attimi:
la ruga che solca e incide!
Ed io così
mi sdraio in te
per sognare
su una dormeus naturale
fra olivi e aranci
fra le tue carezze antiche, delicate.

Inserito da: enrico de lea | Gennaio 23, 2009

Nella Chiesa di Sant’Onofrio # 1

SANY2106

"Sacra Famiglia", di anonimo dell'inizio del XVII sec., della scuola di Antonello da Messina

 

Inserito da: enrico de lea | Dicembre 20, 2008

Un racconto di Alberto Alberti (ed Auguri per tutti)

 Cari amici di Casalvecchio e dintorni, vi segnalo la pubblicazione nel pomeriggio di oggi (20.12.2008) di un racconto di Alberto Alberti, “Lo scelbino”, sul sito letterario www.lapoesiaelospirito.wordpress.com

Cari Auguri di Buone Feste a tutti gli amici , estimatori, lettori, visitatori etc.

(enrico de lea)

Inserito da: enrico de lea | Ottobre 16, 2008

Immagini dell’anacoreta: Lipari

Qui sopra una tela dedicata a Sant’Onofrio nella Chiesa dell’Addolorata (XVII sec.) a Lipari.  Sul culto di Sant’Onofrio (e sulla sovrapposizione di varie figure eremitiche) nell’eoliano vi segnaliamo (cliccare sopra) questo articolo apparso sul settimanale messinese Centonove.

p.s. autrice della foto è Lea De Lea (my sister, che ringrazio).

Inserito da: enrico de lea | Ottobre 12, 2008

Segnalazione (per un poema in valle d’Agrò)

Vi segnalo, assieme ad altri testi poetici, un poemetto del sottoscritto, “Lumina et semina – in valle d’Agrò”, legato/ispirato (e non) ai luoghi che sono la materia di questo blog. Il poemetto è apparso in rete su vari siti (in particolare sul blog letterario collettivo di cui faccio parte www.lapoesiaelospirito.wordpress.com).  Il testo è reperibile ai seguenti links:

 http://rebstein.wordpress.com/2007/12/06/lumina-et-semina-testi-inediti-di-enrico-de-lea/

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2007/12/21/lumina-et-semina-in-valle-dagro-11/

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/02/05/lumina-et-semina-in-valle-dagro-12-15/

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/02/26/lumina-et-semina-in-valle-dagro-16-22/

http://delea.wordpress.com/2008/04/02/lumina-et-semina-in-valle-dagro-25-30/

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/06/24/lumina-ed-altre/

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/08/03/lumina-et-semina-compresenze-in-valle-dagro-36/

Ovviamente, m’aspetto clemenza…

Nacque a Casalvecchio Siculo il 20.11.1883 da Giuseppe possidente e da Rachela Puzzolo e ivi mori il 19.8.1958. E’ sepolto nel cimitero di Casalvecchio Siculo in una semplice tomba dove sul marmo, senzafotografia, sta impressa la significativa frase:

QUI RIPOSA NELL’ETERNA PACE / EUGENIO ALBERTI / POETA E LETTERATO

 Famiglia proveniente dal Piemonte, dalla Provincia di Novara che nel medioevo si insediò anche nell’antico territorio di Savoca

Gi antenati del prof. Eugenio provenivano dalla frazione Rina di Savoca e portavano originariamente il cognome ALIBERTI e non ALBERTI; Più specificamente, in Rina, abitava  GIUSEPPE ALIBERTI di professione murifabbro, nato nel 1789, uomo attivo e intraprendente(risulta che “riparò” diverse chiese di Savoca) che  sposò Giovanna Finocchio appartenente ad una famiglia di  grandi proprietari terrieri di Misserio; non sapeva né leggere né scrivere.

Il Figlio Carmelo Aliberti  nato a Savoca il 21 agosto 1827 teneva, nel 1857, la propria residenza a Misserio ma risulta registrato anagraficamente  con il cognome Alberti   quando, in quell’anno, si sposò con la possidente Santa Scarcella di Rosario e Rosaria Finocchio. Sapeva, come la moglie, leggere e scrivere correttamente e si fregiava del titolo di “Don”. Il 5 marzo 1858 nasce a Misserio il figlio Don Giuseppe Alberti qui morto il 30.08.1946 a 89 anni. Si sposò l’8 ottobre 1878, a 20 anni, con Donna PUZZOLO Rachela appartenente ad una della famiglie più antiche, ricche e colte di Casalvecchio Siculo. Gli otto figli della coppia, avviati agli studi, raggiunsero posizioni sociali importanti; Il secondo di essi fu Eugenio ALBERTI morto esattamente 50 anni fa.

L’excursus anagrafico sulla famiglia Alberti ci consente di affermare che una serie di matrimoni congegnati con le più importanti famiglie di Casalvecchio (i Puzzolo) e di Misserio (i Finocchio e gli Scarcella ) ne accrebbe significativamente il patrimonio  e ne assicurò, per quei tempi, una certa agiatezza economica e la scalata sociale; l’accesso alla cultura e agli studi fu un atto conseguenziale. Va rimarcato che la madre di Eugenio, una Puzzolo, era parente dell’illustre storiografo avv. Domenico Puzzolo Sigillo, Direttore dell’Archivio di Stato morto nel 1962,

Misserio era un borgo isolato(le strade di collegamento a Savoca e a Casalvecchio erano viottoli di campagna adatti solo all’asino) e  strutturalmente violento nella seconda metà dell’ottocento dove avvennero efferati crimini anche a danno di professionisti  e proprietari terrieri.Si ricorda segnatamente gli omicidi rimasti impuniti del notar Crupi nel 1860 e dell’avv. Vincenzo Trischitta nel 1862 . Si diffuse un termine “ Lampi di sipala” per indicare i rischi di schioppettate  che correvano i proprietari terrieri che di tanto in tanto si recavano nel propri possedimenti posti nella valle del Savoca.

In tale contesto visse  Don Giuseppe Alberti il padre di Eugenio, grande proprietario terriero che aveva fondi non solo a Misserio e nell’alta valle del Savoca ma anche a Rafale nel Comune di Casalvecchio Siculo; capiva certamente nell’ottica dei tempi che stavano cambiando l’importanza degli studi ad alto livello e fece studiare tutti i suoi figli maschi e femmine.

Ritornando a Eugenio Alberti la sua fanciullezza ci riconduce a Misserio allora popolosa ma isolata borgata di Casalvecchio Siculo. Misserio, come rimarcato  frazione tutt’altro che pacifica nel secondo ‘ottocento, era una zona ricca d’acqua dove dalla terra ferace si ottenevano prodotti in abbondanza; per questo alcune famiglie notabili come i Trischitta di Furci e certi Pagano originari di Forza avevano qui la  residenza estiva.

Il padre Giuseppe per far studiare Eugenio affittò una modesta abitazione in Messina, vicino al duomo. Ogni settimana con il mulo scendeva in città per portargli le cose necessarie  fra cui la biancheria e i generi alimentari prodotti nei suoi vasti possedimenti agricoli. A Messina compì gli studi liceali e si laureò in lettere presso la locale Università di Messina, cosi come un altro suo fratello Carmelo, insigne professore di latino e greco morto prematuramente. Entrambi vennero a contatto con l’illustre poeta Giovanni Pascoli che insegnava nell’ateneo messinese   e che molto li apprezzò.

Un altro, fratello, Benvenuto, l’unico che rimase a Misserio avendo sposato una Mantarro, nel 1909, frequentava la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna ma abbandonò subito gli studi.

Nel 1905 L’Alberti pubblica uno studio su Catone, oggetto di attenzione in tempi recenti del grande latinista prof. Mazzarino.

 

 Eugeno Alberti, a partire dal 1915, trovandosi ad insegnare nel palermitano, inizia un’intesa attività letteraria pubblicando presso la casa editrice  Antonino Trimarchi di Palermo le seguenti opere:

1.    Studio critico su le ricordanze  di Mario Rapisardi- Palermo 1915

2.    Studio critico su le ricordanze  di Mario Rapisardi- Palermo 1916

3.    Rimpianto amaro- Versi- Palermo- 1917

4.    Idillio Romano: Versi- Palermo 1918

5.    Rimembranze – Versi – Palermo 1918

6.    Rimembranze – Versi -  Palermo 1919

7.    L’ode alla Martire di Delaroche  di Mario Rapisardi: studio critico- Palermo 1920

8.    L’ode alla Martire di Delaroche  di Mario Rapisardi: studio critico- Palermo 1929

 

A partire dal 1929 non vi è più traccia di sue pubblicazioni a stampa. Certamente la cessata attività letteraria va collegata al  fatto che  l’Alberti, avendo preso il potere il partito fascista non  condividendo le idee mussoliniani,venne isolato.

 Nel 1931 il Fascimo emise una circolare con la quale pretese dai professori Universitari il giuramento di fedeltà al fascio per poter continuare ad insegnare. Soltanto 12 professori Universitari in Italia  rifiutarono e lasciarono l’insegnamento. Il provvedimento pare non riguardasse i professori di Liceo qual’era L’Alberti ma, si asserisce, che Eugenio di idee laiche e liberali(era convinto ammiratore di Vittorio Emanuele Orlando), si dimise dall’insegnamento e ritornò nella natìa Misserio;fu accusato, si dice, di

 “ agnosticismo politico” termine tecnico con cui si apostrofavano gli avversari del regime.Tale accusa pare si stata estesa anche al fratello Carmelo, professore di latino e greco nel liceo di Milazzo, definito da qualcuno un “pozzo di scienza “, Il dato va  riscontrato con i documenti ma se risultasse a verità quanto oralmente si tramanda Eugenio Alberti va senz’altro annoverato fra i grandi martiri della cultura e dell’idea ancora di più dei 12 professori universitari che non giurarono fedeltà al fascio ed i cui nomi, propose Ignazio Silone , dovevano essere scritti in una lapide murata in tutte le Università Italiane.

Così come va accertata la troppa severità con la quale Eugenio Alberti trattava gli studenti. Pare, infatti, che fu ferito seriamente da uno studente che bocciò agli esami di stato.

Nel 1939 si ricostituisce il Comune di Casalvecchio Siculo soppresso nel 1928 insieme a quello di Savoca e inglobato a quello rivierasco di Santa Teresa di Riva. Gli abitanti di Misserio e Fautarì ( frazioni prima  sempre appartenute a Casalvecchio Siculo) si organizzano capillarmente e ottengono che le due frazioni restino alla dipendenza di Santa Teresa di Riva, sede naturale dei loro interessi; Fra i firmatari della petizione risultano componenti della famiglia Alberti.

Non siamo in grado,allo stato attuale, di fornire una biografia completa su Eugenio Alberti.   Sappiamo che insegnò latino e greco in diversi licei classici,

con certezza in quelli di  Nicosia, Partinico e Scicli. Pare che fosse molto severo con gli studenti fino al punto di subire, nel palermitano, delle minacce.

Dopo la guerra fu riabilitato,forse insegnò qualche anno ancora,e andò in pensione vivendo a Misserio , pur mantenendo la residenza anagrafica a Casalvecchio Siculo fino al 1952;  A Misserio viveva il padre Giuseppe morto nel 1946 e un altro fratello Benvenuto, direttore del locale Ufficio postale che sposò Rosina Mantarro ma non ebbe figli.

 Non si sposò( si dice che in gioventù fu fidanzato con una ragazza idealizzata nelle sue raccolte poetiche) e visse , specie  nell’ultimo periodo della vita, in maniera trasandata con segni di cedimento dal punto di vista psichico.Fu un tipo solitario ed egocentrico ma rispettoso del prossimo.

Negli ultimi anni della sua vita risiedeva a Santa Teresa di Riva, nel quartiere Torrevarata ma ammalatosi gravemente,venne condotto dal nipote ins. Carmelo Calabrò a Casalvecchio Siculo dove,poco dopo,  il 19.08.1958, cioè 50 anni fa, mori e fu sepolto nel locale cimitero.

 

La copiosa produzione inedita, conservata presso gli eredi in località Mallina di Savoca,  che ho avuto modo di visionare superficialmente alcuni anni fa, comprende diverse raccolte poetiche e studi sui Giacomo Leopardi; con alcune poesie,ricordo, prende di mira il Re, Mussolini e alcuni notabili fascisti anche locali.

Da una lettera scritta ad un cugino datata,  Misserio 1951, si deduce che stava lavorando ad una nuova edizione poetica delle “Rimembranze” già pubblicate nel 1918  e  depositate presso la Biblioteca Nazionale di Palermo.

Dalla medesima si evince che, in quell’anno, aveva terminato di comporre una raccolta di poesie inedite intitolata “ Melanconie”.

La sua calligrafia è contraddistinta dai bei caratteri e il suo stile risente  di influssi Leopardiani, cosi come la tematica della ” Rimembranze”. Si rimarca che Mario Rapisardi( Catania, 1844-Ivi 1912),  era un ammiratore del Leopardi( cambiò per questo il suo cognome da Rapisarda a Rapisardi) e la sua raccolta poetica ” Le ricordanze ” del 1872, in cui forte sono gli influssi Leopardiani fu oggetto di uno studio storico- critico  da parte dell’Alberti nel 1915 e nel 1916.

Una poesia, facente parte delle ” Rimembranze” composta  nell’Agosto del 1918 a Casalvecchio Siculo intitolata “Memorie Sante” ci fornisce altre utili indicazioni sulla sua vita in quanto, nei versi, rimpiange la morte della nonna e quella, prematura, di un fratello.

Ma di più sul personaggio, sicuramente di alto spessore culturale e umano, si potrà sapere e scrivere da una disamina delle sue opere che inedite, in grande quantità, si conservano presso gli eredi.  (SANTINO LOMBARDO – dal sito www.fotosantateresadiriva.com , ove è visualizzabile anche il filmato del convegno tenutosi a S. Teresa Riva nel Cinquantenario della scomparsa del poeta).

Inserito da: enrico de lea | Ottobre 9, 2008

Eugenio Alberti, poeta e letterato #1

I. UN RICORDO, di Nino Calabrò
Nacque a Misserio il 14 aprile 1882 .
Misserio era un borgo della costa ionica messinese , oggi frazione di Santa Teresa di Riva , allora di Casalvecchio Siculo, ma ad un tiro di schioppo da Savoca , e perciò tra il mare e la collina .
Suo padre si chiamava Peppino Alberti ( per tutti Don Peppino Aliberti ) . Sua madre , Rachele Puzzolo .
Fu il primo di ben otto rampolli .
La casa natia si affacciava sul torrente Savoca ed era sovrastata dalla montagna che originava da Rimiti e che si addolciva quando il torrente cominciava a confondersi con il paesaggio marino .
Settecento anime vivevano in quel borgo che , poi , quando Eugenio avrebbe saputo di greco e di latino riceverà dalla sua penna,nelle sue liriche, la denominazione di “ borgo abominato “ , per significare che lo Stato si dimenticava del meridione e delle marginalità.
Erano otto fratelli : Eugenio, Michelina , Carmelo , Leone , Beatrice , Ambrosina , Beniamino e Benvenuto.
Don Peppino,il pater ed il dominus della famiglia, era proprietario di limoneti , aranceti e uliveti .
In quella seconda metà dell’ottocento , subito dopo l’unità d’Italia , resistevano le ultime roccaforti economiche dei Borboni e la proprietà privata otteneva estrema tutela da quel liberalismo che avrebbe retto l’economia della nazione fino alla prima guerra mondiale e oltre.
Il fantasma del fascismo era ancora lontano , per cui proprio il clima economico liberale , consentiva di trarre un buon profitto dai possedimenti che il padre sapeva ben amministrare , dando lavoro a tante braccia .
Così i figli crescevamo ,serenamente , in attesa di essere svezzati e dotati dei primi indottrinamenti sul leggere ,lo scrivere e il far di conto. Poi era nel programma che i maschi avrebbero studiato fino a diventare professori di scuola , mentre le femmine avrebbero anche loro studiato, , ma per diventare maestre elementari .
E così avvenne .
A partire dall’autunno dell’anno 1901 , i fratelli Alberti si sarebbero trasferiti a Messina per studiare , sistemandosi in una casetta a due passi dal Duomo .
Per un fratello che diventava matricola , c’era subito quello che si laureava . Per una sorella che si diplomava , c’era subito pronta quella che esordiva , proprio quell’anno , come studentessa delle magistrali .
E così fino al fatidico 28 dicembre del 1908.
Tanti furono i sacrifici , tanto fu lo studio , ma tanto fu l’amore e la gioia con cui si davano reciproco sostegno .
A casa,a Misserio , si tornava solo a Natale , a Pasqua e per le ferie estive .
Eugenio era il punto di riferimento di tutti i fratelli.
Appena giunto a Messina si iscrisse al primo anno di corso della Facoltà di Lettere Antiche ed ebbe la fortuna di avere come Professore il grande Giovanni Pascoli, che da qualche anno era diventato titolare della cattedra di latino.
Proprio da Giovanni Pascoli, il giovane Eugenio, avrebbe ricevuto pubblici riconoscimenti di studente modello e di futuro letterato di grandi possibilità.
Insomma, Eugenio divenne in pochi mesi un allievo prediletto del Pascoli, al punto che quando il grande “romagnolo”, qualche anno dopo decise di tornare nella sua terra, propose proprio allo studente siciliano di seguirlo prima a Pisa e poi verso il sicuro porto di Bologna dove lo stesso Pascoli avrebbe ereditato la cattedra di Giosuè Carducci, e lo avrebbe annoverato , una volta laureato, tra i suoi pochi Assistenti di cattedra.
In effetti ciò che il Pascoli pensava di Eugenio non era privo di fondamento.
Infatti Eugenio spiccava per intuizione lirica, per la musicalità che sapeva imprimere ai suoi versi e per la profonda conoscenza della sintassi latina.
A tal proposito, ricordo che sul finire degli anni settanta, proprio al sottoscritto pronipote , autore di queste righe commemorative, si rivolse l’Illustre Professore Antonio Mazzarino, (Eugenio Alberti era fratello di mia nonna Michelina) per ottenere in prestito due pubblicazioni dell’Alberti su Catone,che conservavo e conservo a Casalvecchio unitamente ad un vecchio tavolo restaurato, che fu dello zio poeta e che a lui fu donato dal Pascoli quando questi nel 1905 traslocò da Messina.
Ma tornando all’esperienza universitaria di Eugenio, ricordo che mia nonna Michelina, mi parlò tante volte di quegli anni trascorsi a Messina prima del sisma che cancellò fatti e memorie.
In particolare la nonna mi disse che Eugenio era un ragazzo davvero fuori dalla norma, sia per contenuti dottrinali che per sensibilità di uomo e di poeta.
Quest’anno ricorre il 50° anno dalla sua morte.
Egli, infatti, passò a miglior vita il 21 ottobre del 1958, in Casalvecchio Siculo, nella casa dell’amata sorella Michelina, perché non si creò mai una famiglia sua propria.
Proprio nella casa di Casalvecchio , in due ampi bauli, stanno riposti tanti libri sui quali il poeta di Misserio studiò e tante altre pubblicazioni di cui ne fu autore.
Eugenio Alberti già dal Pascoli venne indicato come letterato inquadrabile nella corrente dei romantici, e precisamente in quella corrente letteraria che cento anni prima aveva annoverato Ugo Foscolo e Giacomo Leopardi.
In effetti il giovane Alberti fu essenzialmente un poeta, un idealista che credette nella poesia come mezzo per celebrare sia la bellezza che la morte, presentando quest’ultima come punto definitivo e terminale della vita terrena, ma presentando contemporaneamente la prima (la bellezza) come valore immortale, insieme a tutti i valori dell’anima che solo la poesia con la sua forza eternatrice può fare diventare immortali.
Il paesino di Misserio, certamente, con l’ausilio del Comune di Santa Teresa di Riva e del Comune di Casalvecchio Siculo celebrerà la ricorrenza; intanto, incombeva su di me, pronipote del grande letterato e poeta, avviare il “procedimento” che mira alla rivisitazione della sua immagine e delle sue opere.
Non posso chiudere queste poche righe senza affidarmi, nostalgicamente, alla mia memoria di bambino, quando negli anni 1957 e 1958 la figura dello “zio Eugenio”, mi sfilava sotto gli occhi durante alcune domeniche invernali, quando lui da Misserio veniva a trovare la nonna Michelina nella nostra casa di Casalvecchio.
Ricordo che a metà mattinata di quelle domeniche, il grande zio faceva ingresso nella nostra abitazione casalvetina con una valigetta di pelle color marrone in mano; in quella valigetta custodiva libri in quantità, un grosso quaderno nero sul qual prendeva appunti e poi tanti cioccolatini “Perugina” destinati a me e avvolti in carta stagnola rossa,verde e blu. Quei cioccolatini egli li portava da Palermo dove insegnava latino e greco nei licei classici.
Fra tutti quei libri uno in particolare mi colpiva perché aveva una foderina color verde mare: in esso erano raccolte le liriche che lui aveva dedicato ad Ericina , la donna dei suoi sogni che tanto amò e che forse mai conobbe.
Tanti anni dopo avrei letto meglio quelle liriche ed avrei rivisto nel suo stile quello del grande Giacomo Leopardi.
Aveva ragione Pascoli, avevamo nella nostra terra il secondo Leopardi e non ce ne siamo mai accorti.
Questa è una certezza, altrimenti il grande poeta romagnolo, non l’avrebbe mai pregato di seguirlo fino a Bologna per fargli l’assistente di cattedra.
Ora Eugenio Alberti riposa nel cimitero di Casalvecchio Siculo.
La sua tomba è contraddistinta da una piccola lapide di marmo bianchissimo,che fece porre mio padre, sui cui è incisa questa scritta :
“ Qui giace il Professor Eugenio Alberti- poeta e letterato -”.
Su quella tomba il giorno dei defunti, ogni anno, vado a posare un fiore colorato come colorate erano le sue poesie, di passione e di sentimento.  (Nino Calabrò)

Inserito da: enrico de lea | Ottobre 9, 2008

Un filmato sulla Chiesa di Sant’Onofrio

Cliccando sul sito “fosantateresariva”  (qui) è disponibile un filmato sulla Chiesa di Sant’Onofrio a Casalvecchio.

 

(il Camiddu oggi, in una foto scattata il 09 settembre 2007)

 

Questo saggio (che ha più di un secolo…), scritto dal Pitré per la sua “Biblioteca delle tradizioni popolari” (1894), fu redatto in base ad una memoria dello storico e ricercatore casalvetino Domenico Puzzolo Sigillo. Lo ripropongo per l’interesse che esso suscita in ordine al mutare del costume, dell’assetto sociale (da una società contadina ed artigiana ben strutturata, all’odierna società informe e disarticolata, e non meno ingiusta ed inconsapevole), di alcuni aspetti della stessa festa (pensiamo alla Fiera di Sant’Onofrio, che non si tiene più da decenni),  aspetti che pure ci sono ignoti e che ci appassionano, come tutto il passato di una comunità (E.D.L.)

 

 Dovrebbe celebrarsi in Giugno, ma, per antica consuetudine, si rimanda a Settembre, mese in cui i lavori della campagna sono in buona parte finiti, ed i galantuomini sono rientrati in casa dopo la stagione dei bachi da seta e dei raccolti.

La festa è nella seconda Domenica; ma la precorrono tre giorni di scampanate, di musicata e di altri rumori assordanti, che pur formano la delizia delle donne e del popolo in generale. E la prima scampanata è quella del mezzogiorno del Giovedì (campanata ‘i manziornu), con la quale s’inizia il festino e si ripete così nella chiesa di S. Onofrio come in tutte le altre chiese, nei giorni seguenti per otto volte il giorno, in certe ore canoniche e non canoniche, conosciute sotto i nomi di Padrinostru, Salvirigina, manziornu, diciannov ‘uri, vintun ‘ura, Avimaria, un ‘ura di notti, du’ uri di notti, sino alla Domenica stessa.

E già da Calatabiano, da Fondachello, da Linguaglossa, da Castiglione, da S.Teresa, da Fiumedinisi giungono il Venerdì i cicirara, venditori di ceci, avellane, fave abbrustolite: i franninara, pannieri ambulanti, i mircen, merciai con i loro brocci (forchette) e cucchiai, aghi, bottoni e un’ altra dozzina di ninnoli e cianfrusaglie; e tutti, chi bene e chi male, si attendano sulla piazzetta. sul vecchio Bastione, dietro il coro della chiesa del Santo. E sotto le loro tende, sul far della notte, al vivo lume della tedira[1] , tutti codesti zingari della Sicilia, suonano fraùti e zammari (flauti e zampogne) cantando ciascuno canzoni popolari secondo la mota (il motivo) del proprio paese.

Ed altri fieranti giungono ancora il Sabato: i coltellieri, i magnani (ghiavitten), i venditori di strisce di cuoio vaccino con tutto il pelo (scarpara ‘i pilu), pentolai, orefici, sorbettieri e, tra’ tanti, mezzadri (mitateri),che per antica costumanza, portano ai loro padroni la frutta.

E mentre il paese si popola e rianima, una folla chiassosa accompagna schiamazzando una grassa e bellissima vitella, adorna di nastri e fettuce: è la vitella che si suole riffare pel giorno di S. Onofrio, e che tutti vorrebbero avere col biglietto che acquistano. Domani, altra e ben diversa scena si presenterà ai visitatori del duomo: i penitenti, che dalla porta maggiore, ginocchioni e chinati per terra, passano e ginocchia e lingua sul pavimento fino alla bara del Santo. Sono tra essi anche delle donne, spesso giovani e belle, le quali o per voto o per divozione, non hanno paura delle conseguenze gravi che derivano da una pratica che degrada l’umana natura.

Sulla macchina posa un mezzobusto di S. Onofrio. – Perché un mezzobusto e non una statua intera ? – Perché della statua intera, la parte inferiore sciupata, venne segata e portata via. Così vuole una leggenda; la quale però è ben diversa da un’altra che Vuole essere stato questo mezzobusto scolpito sul presunto vero ritratto del Santo dipinto da due angeli l’anno 1440 e conservato nella chiesa di S. Onofrio in Valenza.

Lascio la verità dove sta e non m’impelago in ricerche storico-artistiche pericolose per chi come me non abbia erudizione speciale di documenti all’uopo.

Dico bensì col diligente giovane che mi ha favorite le presenti notizie (n.d.r.: Domenico Puzzolo Sigillo) che questa statua o mezzobusto appunto é “la più antica e più democratica, del Santo. Sta tutto l’anno visibile in fondo al coro, in una cappelletta di stucco. E’ la statua che si espone alla adorazione dei fedeli nei momenti difficili in cui si chiede miracoli, come nelle pestilenze, nel colera, nei terremoti, nei cataclismi… e i miracoli impetrati si contano a migliaia”.

Nel 1743, infierendo la peste in Messina, quei di Casalvecchio fanno pubblico voto di alzare una statua d’argento a S. Onofrio se egli li libererà dall’immane flagello. Un appestato fuggendo da Messina si ferma a piè della montagna sulla cui china sorge Casalvecchio. Lì si volge il popolo atterrito, e lì depone il mezzobusto in legno del Santo: lì la pestilenza si arresta e nessun paesano muore. Quel sito si chiamò poi Pestigiru (n.d.r.: oggi Pestarrivu, o Pestarriu), quasi limite della peste. Sulla pubblica piazza, colle offerte dei devoti si prese a fondere la statua di argento; ma a certo punto si vide che tutto l’argento del crogiuolo non sarebbe bastato; ne mancava per una gamba. Ed allora piovvero nel crogiuolo, per pietà dei presenti, maglie da petto (magghiuzzi di la pittera) delle donne, fibbie da scarpe degli uomini, monete d’argento e pomi d’argento: e dell’argento ne avanzò per un piedistallo della statua e per non so quante altre cose.

Ma questa ricchezza di opera non istà come il mezzobusto sotto occhi di tutti. Chiusa con sette chiavi in un armadio, la si apre solo dopo essersi accesi dei ceri e con somma divozione in casi eccezionali; e si espone al pubblico solennizzandosi il Venerdl della seconda settimana di Settembre fino al Lunedì mattino.

Le funzioni religiose della chiesa del Santo son già finite: finito è il desinare, dove in gloria del Santo per consuetudine si è mangiato la prima carne di maiale della stagione, o due rocchi di salsiccia (satizza), o un pezzetto di becco o di capra al forno (carni ‘nfurnata), o tutte e tre queste pietanze: ed uno strano ma non inatteso rullo di tamburo chiama sulle vie alle finestre, ai balconi la gente. Tutti si affacciano, molti fuggono, quelli cioè che si credono in pericolo di essere seguiti, raggiunti o acciuffati dal cammello.

- Un cammello in Casalvecchio? mi chiederà il lettore.

- Si, ma un cammello di legno, di pelle e di stoffa[2].

“Un popolano camuffato da arabo camelliere lo guida, lo accarezza; ma esso, sempre pazzo, ora prende una boccata di calia, dalla tenda di cicirara, ora toglie un pezzetto di panno dalla tenda di  un franninaru, o un berretto da quella di un merciere; più tardi un quarto di montone da una beccheria, e non li lascia, finche non sia equamente rinumerato dai padroni con danaro od altri generi. Ma il cammello è allegro e birbante, e mentre pensa a buscarsi dei soldi, delle leccornie, degli oggetti utili, pensa anche ad atterrire i forestieri, i contadini, le contadine specialmente, ed i Savorchiesi (n.d.r.: ovviamente, i Savocesi) Eccolo: sembra mansueto e calmo; ma, ad un tratto, irrompe in una corsa vertiginosa, e rovescia per terra tutto sul passaggio di tutti, seminando, come Attila, lo spavento ed il terrore. Eccolo di nuovo avanzarsi ruminando e battendo la bocca di maciulla; ma ad un tratto toglie il lungo berrettone di capo ad un villano, il quale gli corre dietro, finché glielo lancia nella folla tra gli urli e le risa sgangherate. Eccolo, avvicinarsi al Bastione, e le contadine a stuolo fuggono cadendo una sull’ altra. E già si avanza, urta e finge di cadere sulla gradinata del Duomo, dove secondo il costume si adunano i contadini e le contadine venuti dai villaggi di Missario, di Mitta, di Misitano, di Fatarecchie (n.d.r.-ovviamente: Fadarechi) e Rafali, e dai comuni vicini di Antillo, Limina, Roccafiorita, Forza d’Agrò e, in maggior numero, dalla vicina Savoca; e lì ora li addenta, ora li lascia, or li spaventa, or china il capo, abbocca una gonna o una sottana”.

Così son passate parecchie ore tra le risa, le paure, gli schiamazzi del popolo e con largo guadagno del cammello, cioè degli uomini che l’han guidato e condotto, i quali han messo insieme derrate, oggetti e quattrini da scialarsela all’ osteria non pur la sera ma anche per vari giorni di seguito. E il popolo, accorso alle feste specialmente per .questo, ci si è divertito tanto tanto!

I divertimenti succedono ai divertimenti. Mentre il cammello rientra in casa stanco delle sue pazzie e delle sue rapine, la vitella, già stata sorteggiata, viene condotta con una fune dal fortunato a cui è toccata; e si incomincia l’albero della cuccagna (‘ntinna); e le campane di S. Teodoro e dell’ Annunziata martellando alternativamente invitano i confrati a portare le statue dell’uno e dell’altro a S. Onofrio, ma non prima sia stata compita l’asta per gli stendardi. Giacché, come nel corso di questo libro parmi di aver detto (e se non l’ho detto dico ora), l’onore di portar lo stendardo di una congregazione o confraternita non si concede se non per via di una gara di offerte in danaro, le quali, nell’eccitamento degli spiriti, si spingono fino a venticinque, trenta lire da persone che non sempre le possiedono! Ma vi sono i dispetti di parte, v’è la gelosia tra le confraternite e v’è, principale movente, la naturale avversione a qualsivoglia soverchieria. che si traduce in quello che si dice curriru.

E la processione s’avvia ed i devoti che si sono accaparrate le aste (brazzola) della bara, essendo padroni temporanei della statua d’argento del Santo, percorrono il paese; e dai luoghi tutti ove i galantuomini assistono alla sfilata dei confrati, dei santi, del clero, si baciano gli stendardi quelle parti che si posson toccare con le mani che si accostano alle labbra, e sulla statua del patrono si gettano fiori, confetture e ceci, come una volta, quando la cultura dei bachi da seta era più prospera che oggi, matassine di seta.

Dove la processione è già passata si balla e motteggia. Il motteggio, salace una volta, ora non ha più la forza di prima; ma è sempre qualcosa di spiritoso per chi lo fa, di dispettoso per chi lo riceve. Quelli che specialmente ne lanciano sono Savocoti (n.d.r. Savocesi in dialetto) ; e non dovrebb’essere altrimenti, perché fino al 1713 Casalvecchio era computato (…) tra’ municipi di Savoca; e si sa che i frizzi tra paese e paese non sono tra’ lontani.

Il motteggio che più distintamente giunge alI’ orecchio del forestiere è questo dialogo dei Savocoti in bocca di contadini di Casalvecchio, che hanno il nome comune di Onofrio:

-’Nofriu, oh ‘Nofriu! Vidisti a ‘Nofriu?

-Era ‘nta ‘u ghianu di Santu ‘Nofriu, chi giucava cu ‘Nofriu[3].

Ma il casalvetino rimbecca con quest’altro, nel quale parlano due nipoti del comune di Savoca:

-’Cenzu, oh ‘Cenzu, ‘a nanna murù.

            -E chi iappi chi murù?

-Mmippi iacqua d’ ‘u pisciarottu,. si vutò ‘afacci a ll’òdu: ghiamò

tri voti ò virzeriu e poi murù.

-E a tia chi ti lassò?

-Nenti.

-Annunca ‘ a robba a cui ci’ a lassò ?

-A Santa Nicola.

-Santa Nicola mi si ‘a cianci. E tu ciancisti?

-Iò non potti cianciri, pirchì avia a tèniri ‘a lumera[4].

All’ Avemmaria la statua rientra nella sua chiesa, ed un vocione interroga : – E cu vira? Al quale si risponde : – Evviva Santu Nofriu![5]

 



[1] Teda, pino selvatico, legno resinoso che usano i pescatori dello Stretto di Messina per andare a lanzari (pescar con le lance) le costardelle. specialmente in Agosto.

 

[2] “Tre, quattro popolani sono nascosti sotto un telaio di legno a foggia di cammello; coperto da un drappo di seta che rade il suolo con un collo ed una testa coperta di pelle, che finisce nell’interno di un’asta che un robusto giovane sostiene e guida, imitando i movimenti del collo. Una funicella nell’interno, che arriva sino al giovane. chiude la bocca, che pel peso della mascella inferiore si apre su due mastietti e mostra i denti bianchi e la lingua rossa”, così mi descrive questo spettacolo il sig, Puzzolo Sigillo. 

[3]  Versione italiana: – Onofrio, oh Onofrio! Hai tu veduto Onorio? -Sì: era nella piazza di S. Onofrio, che giocava con Onofrio.

  Eccone la versione italiana: “- Vincenzo, Vincenzo, la nonna è morta. – E che (male) ebbe, da morirne? -Bevve acqua della fontana, voltò la faccia in alto; chiamò tre volte il diavolo e poi morì. -Ed a te che lasciò? -Nulla. -E dunque, a chi lasciò la sua roba? -A S. Nicola. -(Ebbene) S. Nicola se la pianga. -E tu piangesti? – Io non potei piangere, perché dovevo reggere il lume”.Questo dialogo ha voci dialettali usate solo in Savoca: e da qui la burla: murù per muriu, pisciarottu per buccalonl o canali, fonte; all’òdu per all’autu, in alto ecc. In Savoca poi è comunissimo il nome di Vicenzu; quivi manca l’acqua e le fontanelle sono otturate con un tappo di stracci, tolto il quale, dopo il primo gorgo, l’acqua viene giù a debole filo come chi orini (da qui pisciarottu). La triplice invocazione al virzeriu è una allusione all’abitudine dei savochesi di esclamare: Oh virzeriu! Onde la qualificazione di stregoni, data loro dal proverbio: Savucoti, magari. Frattanto la vecchia che muore invocando il demone, lascia la sua roba a S. Nicola, il santo favorito dei Savocoti.

[5] Da una minuta e vivace descrizione fornitami dal signor Domenico Puzzolo Sigillo.

Inserito da: enrico de lea | Settembre 18, 2008

Uno storico casalvetino: Domenico Puzzolo Sigillo

 

(Domenico Puzzolo Sigillo)

Domenico Puzzolo Sigillo è stato uno dei più puntuali e documentati studiosi della storia di Casalvecchio, nonché della Valle d’Agrò e del Messinese. Prossimamente proveremo a tracciare un profilo di questo ricercatore, le cui opere restano lo strumento principe per ricostruire in modo serio il passato della nostra zona.

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